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	<title>Idee Marginali</title>
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		<title>Come si proteggono i giovani lavoratori?</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jun 2011 05:01:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Asoni &#38; Ferdinando Monte</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le prospettive di impiego dei giovani italiani sono piuttosto limitate, sia rispetto ai loro coetanei internazionali sia rispetto alle nostre passate generazioni. Perché il mercato del lavoro è così difficile per i giovani nel nostro Paese? In questo post guardiamo agli effetti di un gruppo di politiche solitamente chiamate “di protezione del lavoro (o dell’impiego)”. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?app_id=108889755864570&amp;href=http%3A%2F%2Fwww.ideemarginali.org%2F2011%2F06%2F01%2Fcome-si-proteggono-i-giovani-lavoratori&amp;send=false&amp;layout=standard&amp;width=300&amp;show_faces=false&amp;action=recommend&amp;colorscheme=light&amp;font&amp;height=35" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:300px; height:35px;" allowTransparency="true"></iframe><br />
Le prospettive di impiego dei giovani italiani sono piuttosto limitate, sia rispetto ai loro <a href="http://www.ideemarginali.org/2011/05/15/giovani-disoccupati-in-italia-piu-che-altrove/">coetanei internazionali</a> sia rispetto alle nostre <a href="http://www.ideemarginali.org/2011/05/09/la-disoccupazione-tra-i-giovani-e-vecchia/">passate</a> <a href="http://www.ideemarginali.org/2011/05/12/da-dove-viene-la-disoccupazione-giovanile/">generazioni</a>. <strong>Perché il mercato del lavoro è così difficile per i giovani nel nostro Paese?</strong> In questo post guardiamo agli effetti di un gruppo di politiche solitamente chiamate “di protezione del lavoro (o dell’impiego)”. Tali politiche comprendono tutte le misure volte a rendere più costoso il licenziamento dei lavoratori da parte delle imprese. In Italia l’esempio tipico è l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.</p>
<p><a href="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/disoccupazione-per-fasce-deta-e-protezione-impiego.png" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-557" title="disoccupazione per fasce d'eta e protezione impiego" src="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/disoccupazione-per-fasce-deta-e-protezione-impiego-300x218.png" alt="" width="300" height="218" /></a>Il primo grafico illustra la relazione tra disoccupazione e politiche di protezione del lavoro in vari paesi OCSE, per i giovani (15-24 anni) e gli adulti (25-64 anni). La disoccupazione riportata è la media dei tre anni 2005/2007. Per la protezione del lavoro usiamo un indice costruito dall’OCSE che misura quanto sono restrittive le leggi che governano il licenziamento; un valore più alto indica leggi più restrittive. La relazione positiva tra protezione del lavoro e disoccupazione in entrambe le figure indica che <strong>una maggiore protezione del lavoro è associata ad una disoccupazione più alta, sia tra i giovani sia tra gli adulti</strong>. Se guardiamo l’altra faccia della medaglia troviamo un <a href="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/occupazione-per-fasce-deta-e-protezione-impiego.png" target="_blank">quadro simile</a>: <strong>all’aumentare della protezione dell’impiego, la percentuale di persone occupate sul totale della popolazione diminuisce</strong>.<span id="more-555"></span></p>
<p><a href="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/disoccupazione-giovanile-adulta-e-protezione-impiego.png" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-558" title="disoccupazione giovanile adulta e protezione impiego" src="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/disoccupazione-giovanile-adulta-e-protezione-impiego-300x217.png" alt="" width="300" height="217" /></a>Siccome il focus della nostra serie di articoli sono le prospettive occupazionali dei giovani, ci chiediamo se l’effetto negativo delle politiche di protezione del lavoro sia più marcato per i giovani rispetto agli adulti. Per indagare questa possibilità guardiamo alla relazione tra l’indice di protezione del lavoro e il gap tra disoccupazione giovanile e adulta nei diversi paesi. La relazione positiva tra queste due variabili mostrata nel secondo grafico implica che in media <strong>la disoccupazione giovanile aumenta più di quella adulta all’aumentare della protezione del lavoro*</strong>.</p>
<p>Le due figure ci dicono che leggi sul licenziamento più restrittive non solo si accompagnano ad una disoccupazione più alta ma anche che tale aumento pesa di più sui giovani. La ragione va cercata nell’irrigidimento del mercato del lavoro che rende più difficile trovare un’occupazione e colpisce in particolare quelli con meno esperienza. La relazione tra disoccupazione e protezione dell’impiego è dibattuta dagli economisti: <a href="http://ideas.repec.org/a/tpr/qjecon/v105y1990i3p699-726.html">alcuni</a> propugnano un legame causale, altri sono più <a href="http://ideas.repec.org/a/aea/aecrev/v91y2001i1p187-207.html">scettici</a>. Anche gli economisti più cauti però riconoscono un effetto “sclerotico” sul mercato del lavoro di leggi restrittive del licenziamento causa, ad esempio, di un aumento della durata media della disoccupazione. Per queste e altre ragioni il passaggio ad un modello con minor protezione del lavoro e maggior sostegno alla ricerca di un nuovo impiego è auspicabile <a href="http://www.oecd.org/dataoecd/8/4/34846856.pdf">secondo l’OCSE</a>.</p>
<p>Da ultimo siamo andati a studiare l’interazione tra disoccupazione giovanile e protezione dell’impiego durante la crisi economica del 2008/2009. Come già in <a href="http://www.ideemarginali.org/2010/05/12/il-lavoro-ai-tempi-della-crisi/">precedenza</a> abbiamo riscontrato che una più alta protezione dell’impiego riduce gli effetti negativi della crisi sull’occupazione; non abbiamo però trovato differenze misurabili in questo ambito tra giovani e adulti.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>* Vogliamo precisare che questa seconda relazione ha una significatività statistica leggermente più debole di quanto comunemente accettato; questo potrebbe essere dovuto al ridotto numero di osservazioni che abbiamo a disposizione</p>
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		<title>Tasse e Rolling Stones</title>
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		<pubDate>Sat, 21 May 2011 18:51:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ferdinando Monte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensano gli altri]]></category>
		<category><![CDATA[Rolling Stones]]></category>
		<category><![CDATA[tasse]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Journal of Political Economy, una delle principali riviste scientifiche di Economia, usa la quarta di copertina per citazioni che trattano di economia. Nel numero di Febbraio 2011 viene riportato un estratto dal libro Life, di Keith Richards, chitarrista dei Rolling Stones, che mostra un altro effetto disincentivante di tasse troppo alte. Il musicista racconta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?app_id=108889755864570&amp;href=http%3A%2F%2Fwww.ideemarginali.org%2F2011%2F05%2F21%2Ftasse-e-rolling-stones%2F&amp;send=false&amp;layout=standard&amp;width=300&amp;show_faces=false&amp;action=recommend&amp;colorscheme=light&amp;font&amp;height=40" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:300px; height:40px;" allowTransparency="true"></iframe><br />
Il Journal of Political Economy, una delle principali riviste scientifiche di Economia, usa la quarta di copertina per citazioni che trattano di economia. Nel numero di Febbraio 2011 viene riportato un estratto dal libro <em><a href="http://www.amazon.com/Life-Keith-Richards/dp/031603438X" target="_blank">Life</a></em>, di Keith Richards, chitarrista dei Rolling Stones, che mostra un altro effetto disincentivante di tasse troppo alte. Il musicista racconta (<a href="http://books.google.com/books?id=JuDQleqK5PYC&amp;lpg=PT198&amp;ots=6hUzkM0MJ-&amp;dq=%22The%20last%20thing%20I%20think%20the%20powers%20that%20be%22&amp;pg=PT198#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank">qui</a> un estratto di Google Books con il paragrafo intero) di come, agli inizi degli anni settanta, ciò che rimaneva dopo aver pagato le tasse fosse così poco che decisero di trasferirsi in Francia:</p>
<blockquote><p>&#8220;[...] <em>what would we do? Sit in England and they&#8217;d give us a penny out of every pound we earned? We had no desire to be closed down. And so we upped and went to France</em>.&#8221;</p></blockquote>
<p>Altri interventi sull&#8217;argomento sul blog di <a href="http://gregmankiw.blogspot.com/2010/10/rolling-stone-gathers-no-taxes.html" target="_blank">Greg Mankiw</a> e  su <a href="http://www.freakonomics.com/2010/11/01/when-the-rolling-stones-hit-the-laffer-curve/" target="_blank">Freakonomics</a>. Tempo fa avevamo riportato un altro esempio di tasse che <a href="http://www.ideemarginali.org/2010/05/02/tasse-e-boxe/" target="_blank">fanno a pugni</a> con gli incentivi.</p>
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		<title>Giovani disoccupati: in Italia più che altrove</title>
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		<pubDate>Sun, 15 May 2011 21:42:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Asoni &#38; Ferdinando Monte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensiamo noi]]></category>
		<category><![CDATA[comparazioni internazionali]]></category>
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		<category><![CDATA[mercato del lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[In due precedenti articoli abbiamo guardato alla disoccupazione giovanile in Italia in prospettiva storica. Vorremmo ora inserire il nostro Paese nel contesto europeo e internazionale. Sostanzialmente ci chiediamo se i giovani italiani, definiti come la fascia d’età che va dai quindici ai ventiquattro anni, abbiano prospettive lavorative migliori o peggiori dei loro coetanei internazionali. Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?app_id=108889755864570&amp;href=http%3A%2F%2Fwww.ideemarginali.org%2F2011%2F05%2F15%2Fgiovani-disoccupati-in-italia-piu-che-altrove&amp;send=false&amp;layout=standard&amp;width=450&amp;show_faces=false&amp;action=recommend&amp;colorscheme=light&amp;font&amp;height=30" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:30px;" allowTransparency="true"></iframe></p>
<p>In due <a href="http://www.ideemarginali.org/2011/05/09/la-disoccupazione-tra-i-giovani-e-vecchia/" target="_blank">precedenti</a> <a href="http://www.ideemarginali.org/2011/05/12/da-dove-viene-la-disoccupazione-giovanile/" target="_blank">articoli</a> abbiamo guardato alla disoccupazione giovanile in Italia in prospettiva storica. Vorremmo ora inserire il nostro Paese nel contesto europeo e internazionale. Sostanzialmente ci chiediamo se i giovani italiani, definiti come la fascia d’età che va dai quindici ai ventiquattro anni, abbiano prospettive lavorative migliori o peggiori dei loro coetanei internazionali.</p>
<p><a href="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/disoccupazione-giovanile-italia-estero.png" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-509" title="disoccupazione giovanile italia estero" src="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/disoccupazione-giovanile-italia-estero.png" alt="" width="388" height="282" /></a>Il primo grafico mostra la media della disoccupazione giovanile negli anni 2005/2007 in vari paesi OCSE. Ci fermiamo al 2007 per studiare il quadro internazionale pre-crisi; rimandiamo ad un prossimo articolo l’analisi degli effetti della crisi economica del 2008 sulle prospettive lavorative dei giovani. L’Italia si posiziona tra gli ultimi posti: <strong>la nostra disoccupazione giovanile è più alta di circa sette punti percentuali rispetto alla media europea</strong>. Tra i gli altri paesi solo la Polonia, la Slovacchia e la Grecia fanno peggio nel periodo di riferimento.<span id="more-508"></span></p>
<p>È importante comparare la nostra situazione e quella internazionale non solo in termini assoluti, come abbiamo fatto sopra, ma anche in termini relativi, ossia rispetto agli over-30. Questa comparazione ci permette di capire se la disoccupazione sia un fenomeno trasversale a tutte le generazioni oppure colpisca in particolar modo i giovani. Che in Italia affligga soprattutto i giovani lo abbiamo visto in un precedente articolo. Ci chiediamo se questo sia una particolarità italiana oppure un fenomeno diffuso.</p>
<p><a href="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/gap-disoccupazione-giovanile-adulta.png" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-511" title="gap disoccupazione giovanile adulta" src="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/gap-disoccupazione-giovanile-adulta.png" alt="" width="388" height="282" /></a>Il secondo grafico mostra il gap tra la disoccupazione giovanile (15-24 anni) e quella adulta (30-64 anni); le barre sono ordinate in ordine crescente di dimensione: a destra si trovano i paesi per i quali il gap tra disoccupazione giovanile e adulta è maggiore. Questa figura ci dice due cose: (1) la disoccupazione giovanile è più alta di quella adulta in tutti i paesi del nostro campione e (2) l’Italia anche in questo caso si posiziona agli ultimi posti, facendo decisamente peggio della media europea. In parole semplici, <strong>il mercato del lavoro è più difficile per i giovani di tutti i paesi del nostro campione ma lo è in misura maggiore gli italiani</strong>.</p>
<p>Con il terzo grafico diamo uno sguardo dinamico al fenomeno. La figura mostra l’evoluzione della disoccupazione per diverse fasce d’età nel nostro Paese, <a href="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/disoccupazione-giovanile-italia-usa-svezia-europa.png" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-510" title="disoccupazione giovanile italia usa svezia europa" src="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/disoccupazione-giovanile-italia-usa-svezia-europa.png" alt="" width="388" height="282" /></a>negli USA, in Svezia e per l’Europa nel suo complesso (*). Notiamo alcune cose: anzitutto<strong> il gap tra disoccupazione giovanile e adulta è notevolmente aumentato in Italia e in Europa. L’Italia sembra però aver fatto peggio sia della Svezia sia della media europea</strong>. È utile comparare queste dinamiche a quelle degli USA: il gap tra disoccupazione giovanile e disoccupazione adulta è rimasto pressochè costante in America. Queste diverse dinamiche sembrano indicare un diverso funzionamento del mercato del lavoro nel vecchio e nuovo continente. Queste differenze saranno oggetto di un prossimo articolo.</p>
<p>In conclusione ci sembra utile ribadire quanto abbiamo imparato da questo confronto internazionale. In primo luogo, la disoccupazione giovanile in Italia è tra le più alte nei paesi OCSE. In secondo luogo, se è vero che la disoccupazione giovanile è di solito più alta di quella adulta, è anche vero che questo fenomeno è particolarmente accentuato in Italia e i nostri giovani soffrono in termini relativi più dei loro coetanei internazionali. Da ultimo, la situazione lavorativa dei giovani rispetto agli adulti negli ultimi trenta anni è peggiorata nel nostro paese più che nel resto d’Europa, e molto più che negli Stati Uniti dove è rimasta pressochè invariata.</p>
<p>(*) In questo grafico, cambi alla metodologia e ad alcune definizioni che limitano la comparabilità dei dati si sono verificate per la Svezia (nel 1986, 1992 e 2004), per l’Italia (nel 1993 e nel 2004) e per gli USA (nel 1994 e nel 2000).</p>
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		<title>Da dove viene la disoccupazione giovanile?</title>
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		<pubDate>Thu, 12 May 2011 05:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Asoni &#38; Ferdinando Monte</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?app_id=108889755864570&amp;href=http%3A%2F%2Fwww.ideemarginali.org%2F2011%2F05%2F11%2Fda-dove-viene-la-disoccupazione-giovanile&amp;send=false&amp;layout=standard&amp;width=450&amp;show_faces=true&amp;action=recommend&amp;colorscheme=light&amp;font&amp;height=80" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:40px;" allowTransparency="true"></iframe><br />
In un <a href="http://www.ideemarginali.org/2011/05/09/la-disoccupazione-tra-i-giovani-e-vecchia/ " target="_blank">precedente articolo</a> abbiamo mostrato che la disoccupazione in Italia colpisce soprattutto i giovani. L’alta disoccupazione giovanile è un fenomeno iniziato trent’anni fa che ha visto un recente trend di miglioramente interrotto dalla crisi economica del 2008. In questo articolo vorremmo guardare più nel dettaglio alle componenti della disoccupazione e iniziare a discutere delle cause di questo fenomeno. Lasciamo le riflessioni di politica economica ad un prossimo articolo e ci concentriamo oggi su una analisi “meccanica” delle varie componenti della disoccupazione. La discussione è forse un po’ tecnica ma vi invitiamo a seguirla perché le conclusioni ci sembrano interessanti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/forza-lavoro-e-occupati-in-italia-per-eta.png" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-484" title="forza lavoro e occupati in italia per eta" src="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/forza-lavoro-e-occupati-in-italia-per-eta.png" alt="" width="393" height="285" /></a>Il tasso di disoccupazione è definito come il numero delle persone in cerca di lavoro (i disoccupati) diviso la forza lavoro. La forza lavoro è la somma degli occupati e dei disoccupati. Quindi, la disoccupazione aumenta quando (1) alcuni individui perdono o decidono di lasciare la propria occupazione e vanno ad ingrossare le fila dei disoccupati o (2) in seguito ad un influsso di nuove persone alla ricerca di occupazione nella forza lavoro. Quest’ultimo caso si verifica, ad esempio, quando si lascia la scuola per cercare un lavoro, quando una casalinga smette di lavorare solo a casa, o quando arrivano flussi di nuovi immigrati. <span id="more-482"></span></p>
<p>Questa distinzione è importante perché la diminuzione della disoccupazione giovanile osservata recentemente può essere interpretata in maniera favorevole o sfavorevole: se è dovuta ad un aumento degli occupati è indubbiamente una buona notizia. Se è dovuta ad una diminuzione della forza lavoro potrebbe essere una cattiva notizia: la situazione del mercato del lavoro è così negativa che alcuni giovani hanno rinunciato del tutto a cercare un lavoro e sono usciti dalla forza lavoro.</p>
<p>Il primo grafico mostra l’andamento degli occupati e della forza lavoro per diverse fasce d’età (*).  L’area colorata è legata al tasso di disoccupazione: quando la distanza tra le due linee aumenta, la disoccupazione aumenta. Il grafico in alto a sinistra suggerisce che per i giovanissimi, sia la forza lavoro sia il numero degli occupati è andato diminuendo tra il 1970 e il 2009. L’occupazione è però diminuita più rapidamente fino al 1990 e più lentamente dagli anni ’90 in poi. Questo spiega perché, per loro, la disoccupazione è prima salita e poi leggermente scesa.</p>
<p>Più interessanti sono le dinamiche per i giovani tra i 20 e i 29 anni. Il numero di occupati è rimasto più o meno costante fino al 1990 mentre la forza lavoro è aumentata considerevolmente. Questo spiega l’aumento della disoccupazione giovanile fino al 1990. Dai primi anni ’90 in poi invece sia la forza lavoro sia il numero di occupati sono diminuiti; la forza lavoro però è diminuita più rapidamente causando una diminuzione nel tasso di disoccupazione. Il grafico in basso a destra mostra invece una costante crescita della forza lavoro e degli occupati per gli over-30. La forza lavoro però è cresciuta più rapidamente causando un moderato aumento della disoccupazione anche in questo gruppo.</p>
<p>Il messaggio centrale di questo primo grafico è che tra i giovani la disoccupazione è aumentata quando la forza lavoro è cresciuta più rapidamente degli occupati, mentre è diminuita quando la forza lavoro è diminuita più rapidamente degli occupati. Da cosa derivano queste fluttuazioni della forza lavoro? La forza lavoro può aumentare per due ragioni: la prima l’abbiamo appena menzionata ed è data dall’ingresso nuovi lavoratori (ad esempio, gli studenti di sopra), a parità di popolazione. La seconda è data da ragioni puramente demografiche: la forza lavoro aumenta perché la popolazione aumenta.</p>
<p><a href="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/partecipazione-alla-forza-lavoro.png" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-485" title="partecipazione alla forza lavoro" src="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/partecipazione-alla-forza-lavoro.png" alt="" width="350" height="254" /></a>Per sapere quale delle due cause è dietro le fluttuazione della forza lavoro giovanile italiana abbiamo bisogno di un&#8217;altra misura: il tasso di partecipazione alla forza lavoro, ovvero la frazione di popolazione che è impiegata o sta cercando un lavoro. Questo tasso è mostrato per le varie fasce d’età nel secondo grafico. Questo ci dice che il tasso di partecipazione alla forza lavoro è rimasto costante o in leggera crescita per gli over-25 ed è sceso per gli under-25.</p>
<p>Per i teenagers la rapida diminuzione del tasso di partecipazione alla forza lavoro è compatibile con un aumento del tasso di scolarizzazione per i ragazzi tra i 15 e i 19 anni di età. La stessa ragione può spiegare la diminuzione del tasso per la popolazione in età universitaria (20-24 anni). È interessante notare come il tasso di partecipazione tra questi ultimi sia leggermente aumentato fino al 1990 e sia poi decisamente diminuito. Questo andamento è in linea con quanto avevamo documentato in un <a href="http://www.ideemarginali.org/2010/05/07/20anniperduti/" target="_blank">altro articolo</a>: la crescità dell’istruzione universitaria italiana sembra essersi fermata dal 1976 al 1998 per riprendere con più vigore nel decennio successivo.</p>
<p>Per i ventenni, invece, l’aumento della disoccupazione negli anni ’70 e ‘80 è soprattutto dovuta ad un aumento della forza lavoro non “assorbita” dal mercato del lavoro; tale aumento sembra dovuto in parte ad un aumento della popolazione e in parte ad un aumento del tasso di partecipazione alla forza lavoro. La diminuzione verificatasi dagli anni ’90 in poi ci sembra attribuibile in parte ad un maggior tasso di scolarizzazione dei giovani tra i 20 e i 24 anni e ad una genuina diminuzione dei disoccupati per i giovani tra i 25 e i 29 anni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(*) Vi ricordiamo nuovamente che l’Istat ha modificato nel 1993 alcune definizioni e rinnovato il questionario. Nel 2004 ha cambiato parte della metodologia. Questo limita in parte la comparabilità delle misure pre- e post-1993 e 2004. Vi invitiamo a prendere le comparazioni intertemporali tra i diversi tassi con un grano di scetticismo.</p>
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		<title>Interventi sulla disoccupazione giovanile</title>
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		<pubDate>Tue, 10 May 2011 15:33:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ferdinando Monte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensano gli altri]]></category>
		<category><![CDATA[disoccupazione giovanile]]></category>
		<category><![CDATA[protezione dell'impiego]]></category>

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		<description><![CDATA[Sul tema della disoccupazione giovanile intervengono Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sul Corriere di oggi. Tra i dati principali, i tassi di partecipazione giovanile alla forza lavoro e l&#8217;Italia in prospettiva internazionale, due argomenti su cui stiamo per tornare nella nostra serie sulla disoccupazione giovanile. Tra le proposte, protezione crescente dei lavoratori con l&#8217;età e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.ideemarginali.org%2F2011%2F05%2F10%2Finterventi-sulla-disoccupazione-giovanile&amp;send=false&amp;layout=standard&amp;width=450&amp;show_faces=false&amp;action=recommend&amp;colorscheme=light&amp;font&amp;height=35" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:35px;" allowTransparency="true"></iframe><br />
Sul tema della disoccupazione giovanile <a href="http://www.corriere.it/editoriali/11_maggio_10/per-aiutare-i-giovani-tagliamo-le-loro-tasse-alberto-alesina-francesco-giavazzi_4c946372-7ac4-11e0-be08-e42815e8b082.shtml" target="_blank">intervengono</a> Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sul Corriere di oggi. Tra i dati principali, i tassi di partecipazione giovanile alla forza lavoro e l&#8217;Italia in prospettiva internazionale, due argomenti su cui stiamo per tornare nella nostra serie sulla disoccupazione giovanile. Tra le proposte, protezione crescente dei lavoratori con l&#8217;età e riduzione delle aliquote fiscali sui redditi dei giovani.</p>
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		<title>La disoccupazione tra i giovani è vecchia</title>
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		<pubDate>Mon, 09 May 2011 05:01:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Asoni &#38; Ferdinando Monte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensiamo noi]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[disoccupazione giovanile]]></category>
		<category><![CDATA[mercato del lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Il tema della disoccupazione giovanile nel nostro Paese è stato riportato all’attenzione dei media da un recente comunicato dell’ISTAT. Secondo l’Istituto nazionale di statistica quasi un terzo (il 28,6%) dei giovani tra i 15 e i 24 anni è in cerca di lavoro. Per capire meglio il fenomeno della disoccupazione giovanile, le sue cause e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.ideemarginali.org%2F2011%2F05%2F09%2Fla-disoccupazione-tra-i-giovani-e-vecchia%2F&amp;send=false&amp;layout=standard&amp;width=450&amp;show_faces=false&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font&amp;height=35" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:30px;" allowTransparency="true"></iframe><br />
Il tema della disoccupazione giovanile nel nostro Paese è stato riportato all’attenzione dei media da un <a title="Comunicato istat disoccupazione giovanile" href="http://www.istat.it/salastampa/comunicati/in_calendario/occprov/20110429_00/ " target="_blank">recente comunicato</a> dell’ISTAT. Secondo l’Istituto nazionale di statistica quasi un terzo (il 28,6%) dei giovani tra i 15 e i 24 anni è in cerca di lavoro. Per capire meglio il fenomeno della disoccupazione giovanile, le sue cause e i suoi effetti, è importante analizzarlo in prospettiva storica e internazionale. A tal fine siamo andati a studiare i dati dell’OCSE sull’occupazione e la disoccupazione per varie fasce d’età. In questo articolo, il primo di una serie, guardiamo alla disoccupazione giovanile in Italia in prospettiva storica. Nei prossimi articoli guarderemo alle cause della disoccupazione giovanile, compareremo l’Italia ai suoi partners internazionali e presenteremo brevi riflessioni di politica economica.</p>
<p><a href="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/disoccupazione-giovanile-italia.png" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-458" title="disoccupazione giovanile italia" src="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/disoccupazione-giovanile-italia-300x217.png" alt="" width="300" height="217" /></a>Il primo grafico mostra il tasso di disoccupazione per diverse fasce d’età (*). Ci sono alcuni elementi che vorremmo sottolineare. Anzitutto si nota che il tasso di disoccupazione scende al salire dell’età. Nel 2009, i disoccupati rappresentano circa il 40% dei giovani tra i 15 e i 19 anni, mentre il tasso di disoccupazione tra gli over-30 è solo del 6%.</p>
<p>In secondo luogo, dal grafico emerge chiaramente che l’alta disoccupazione giovanile non è un fenomeno recente. Già negli anni ’80 aveva raggiunto livelli paragonabili a quelli attuali, per poi iniziare a ridursi dalla metà degli anni ’90. Questo trend positivo è stato interrotto nel 2008 dalla crisi economica che ha colpito l’Italia e il resto dei paesi sviluppati.<span id="more-452"></span></p>
<p><a href="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/disoccupazione-giovanile-rispetto-a-adulti.png" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-464" title="disoccupazione giovanile rispetto a adulti" src="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/disoccupazione-giovanile-rispetto-a-adulti.png" alt="" width="307" height="223" /></a>La seconda figura illustra più chiaramente un elemento già visibile nel primo grafico. Le barre rappresentano la differenza in punti percentuali tra il tasso di disoccupazione giovanile e quello degli over-30 nel 1970 e nel 2009. Vorremmo attirare l’attenzione del lettore sul fatto che la differenza tra la barra del 1970 e del 2009 è maggiore per i teenagers, seguiti poi dai giovani tra i 20 e i 24 anni, e da ultimo dai ragazzi tra i 25 e i 29 anni di età. Quaranta anni fa, il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 25 e i 29 anni era di due punti percentuali e mezzo più alto di quello degli over-30; oggi tale differenza è salita a sette punti percentuali e mezzo. Se guardiamo ai teenagers (da 15 a 19 anni), la differenza con gli over-30 passa addirittura da 11 a 34 punti percentuali.</p>
<p>In altre parole, non solo il tasso di disoccupazione giovanile è aumentato nel corso degli anni rispetto a quello degli over-30 ma è aumentato di più per le categorie più giovani. La disoccupazione oggi in Italia sembra essere un problema che affligge soprattutto i giovani.</p>
<p>In sintesi, possiamo concludere che un’alta disoccupazione giovanile (rispetto a fasce d’età più adulte) non è nuova in prospettiva storica; tuttavia, la differenza con cui la disoccupazione incide sui giovani rispetto agli altri è molto più marcata. Infine, il recente aumento della disoccupazione giovanile ha interrotto una diminuzione in corso da almeno dieci anni. Nel prossimo articolo guarderemo con più attenzione alle componenti della disoccupazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(*) L’Istat ha modificato nel 1993 alcune definizioni e rinnovato il questionario. Nel 2004 ha cambiato parte della metodologia. Questo limita in parte la comparabilità delle misure pre- e post-1993 e 2004. Vi invitiamo a prendere le comparazioni intertemporali tra i diversi tassi con un grano di scetticismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Anche i ricchi piangono</title>
		<link>http://www.ideemarginali.org/2011/05/01/anche-i-ricchi-piangono/</link>
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		<pubDate>Mon, 02 May 2011 02:57:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Asoni &#38; Ferdinando Monte</dc:creator>
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		<category><![CDATA[concentrazione del reddito]]></category>
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		<description><![CDATA[In occasione della festa del primo Maggio, il leader della CISL Bonanni ha chiesto, secondo quanto riportato dal quotidiano Repubblica, “una legge che sposti i pesi del fisco da lavoratori e pensionati verso coloro che, essendo più ricchi, hanno pagato meno”. L’impressione che si riceve da questa dichiarazione è che i ricchi in Italia siano tali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.ideemarginali.org%2F2011%2F05%2F01%2Fanche-i-ricchi-piangono%2F&amp;send=false&amp;layout=standard&amp;width=400&amp;show_faces=false&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;font&amp;height=35" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:400px; height:40px;" allowTransparency="true"></iframe><br />
In occasione della festa del primo Maggio, il leader della CISL Bonanni ha chiesto, secondo quanto <a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2011/05/01/news/primo_maggio_fra_polemiche_e_divisioni-15604801/?ref=HRER2-1">riportato</a> dal quotidiano Repubblica, “una legge che sposti i pesi del fisco da lavoratori e pensionati verso coloro che, essendo più ricchi, hanno pagato meno”.</p>
<p><a href="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/Aliquota-media-per-classi-di-reddito.png" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-427" title="Aliquota media per classi di reddito" src="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/Aliquota-media-per-classi-di-reddito-300x217.png" alt="" width="300" height="217" /></a>L’impressione che si riceve da questa dichiarazione è che i ricchi in Italia siano tali perché pagano meno tasse. Per verificare la bontà dell’affermazione di Bonanni siamo andati a guardarci i <a href="http://www.finanze.gov.it/stat_dbNew2009/report.php?req_classe=02&amp;req_anno=2010&amp;req_contrib=PFTOT&amp;req_tema=03&amp;req_pag=1&amp;req_media=si&amp;req_tree=ia_26&amp;req_screen=1001">dati</a> sulle dichiarazioni dei redditi del 2009 disponibili sul sito del Ministero delle Finanze. <span id="more-425"></span> Vogliamo fare due precisazioni: anzitutto Bonanni non specifica nella sua dichiarazione cosa intenda per ricchi, se coloro che guadagnano di più o quelli con una ricchezza accumulata maggiore. Noi abbiamo scelto di pensare ai ricchi come a coloro che guadagnano di più. In secondo luogo, questi dati si riferiscono solo all’IRPEF e quindi escludono sia le imposte indirette come l’IVA sia altri pagamenti allo Stato come i contributi sociali versati all’INPS. Come ci si attende in un sistema di tassazione progressiva, i risultati che abbiamo trovato non solo non offrono alcuna base per le affermazioni di Bonanni ma suggeriscono un quadro molto diverso.</p>
<p>Il primo grafico mostra la relazione tra reddito complessivo dichiarato ai fini Irpef e aliquota media pagata su tale reddito. Contrariamente a quanto suggerito da Bonanni la relazione è chiaramente positiva: più si guadagna, più (in percentuale) si versa allo Stato in tasse. Gli italiani più ricchi, quelli che guadagnano più di 200,000 euro all’anno (solo lo 0.2% della popolazione) versano allo Stato quasi 40 centesimi per ogni euro guadagnato. Gli italiani più poveri, quelli che guadagnano fino a 5,000 euro all’anno (il 15% della popolazione) versano in media allo Stato solo 3 centesimi per ogni euro in bustapaga.</p>
<p>Un altro modo interessante di analizzare la questione è calcolare quale fetta del reddito nazionale viene prodotta da chi guadagna di più, e confrontarla con la frazione di tasse pagate da queste stesse persone sul totale degli introiti dello Stato. I numeri, riportati nel secondo grafico, sono anche in questo caso molto interessanti.</p>
<p><a href="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/concentrazione-reddito-e-irpef.png" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-428" title="concentrazione reddito e irpef" src="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/05/concentrazione-reddito-e-irpef-300x217.png" alt="" width="300" height="217" /></a>Lo 1% più ricco di italiani, quelli che guadagnano più di 100,000 euro l’anno, produce circa lo 8,7% del reddito nazionale ma paga ben il 17,2% delle dell’IRPEF totale incassata dallo Stato. Il 10% più ricco, coloro che guadagnano più di 35,000 euro all’anno, produce circa il 33% del reddito nazionale ma paga il 52% delle tasse. In altre parole più della metà degli introiti IRPEF dello Stato italiano è estratto da un limitato 10% della popolazione. La quasi totalità del gettito arriva da poco più della metà dei contribuenti: la metà più povera della popolazione paga solo il 6% delle tasse ma produce all’incirca il 20% del reddito nazionale.</p>
<p>Alla luce di questi risultati, mentre siamo d’accordo con Bonanni che il sistema fiscale italiano necessiti di una profonda riforma, non ci sembra possibile affermare che i “ricchi” in Italia paghino di meno. È infatti una ovvia conseguenza del sistema di tassazione progressivo che su di essi che si concentri la maggior parte del carico fiscale del nostro Paese.</p>
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		<title>Quanto è importante la Libia?</title>
		<link>http://www.ideemarginali.org/2011/03/21/quanto-e-importante-la-libia/</link>
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		<pubDate>Mon, 21 Mar 2011 07:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ferdinando Monte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensiamo noi]]></category>
		<category><![CDATA[commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Importazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>

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		<description><![CDATA[I recenti avvenimenti in Libia sollevano molte domande sui rapporti tra i nostri due paesi. In questo post cerchiamo di dare risposta a tre semplici domande sull’importanza dei rapporti commerciali italo-libici, avvalendoci di dati scaricabili da Comtrade, una banca dati dell’ONU. Siccome non siamo esperti di politica internazionale, ci asteniamo dal dare giudizi su cosa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.ideemarginali.org%2F2011%2F03%2F19%2Fquanto-e-importante-la-libia%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=false&amp;width=300&amp;action=like&amp;font&amp;colorscheme=light&amp;height=40" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:300px; height:40px;" allowTransparency="true"></iframe><br />
I recenti avvenimenti in Libia sollevano molte domande sui rapporti tra i nostri due paesi. In questo post cerchiamo di dare risposta a tre semplici domande sull’importanza dei rapporti commerciali italo-libici, avvalendoci di dati scaricabili da <a href="http://comtrade.un.org/">Comtrade</a>, una banca dati dell’ONU. Siccome non siamo esperti di politica internazionale, ci asteniamo dal dare giudizi su cosa queste risposte implichino per la posizione italiana. Cominciamo con la domanda più semplice.<span id="more-395"></span></p>
<p><strong>Quanto è importante la Libia come partner commerciale?</strong></p>
<p>Un modo semplice per capire quanto un paese è importante per l’Italia come partner commerciale è quello di guardare alla sua quota nelle nostre importazioni ed esportazioni.</p>
<p>Nel 2009, la Libia è al trentesimo posto tra le destinazioni più popolari per l’export. Solo l’1% del valore delle nostre esportazioni è diretto in Libia; i partner più importanti sono Germania (12.6%), Francia (11.5%) e USA (5.9%). Per dare un’idea, esportiamo tanto in Libia quanto in Australia e tre volte meno che in Cina. La quota libica è sempre stata abbastanza piccola negli ultimi cinquant’anni.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-398" title="importazioni italiane germania francia libia cina" src="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/03/importazioni-italiane-germania-francia-libia-cina.png" alt="" width="379" height="275" /></p>
<p>Sempre nel 2009, quasi il 3.5% delle importazioni italiane è arrivato dalla Libia. Questo ne fa il settimo paese di origine per importanza; in cima alla lista ci sono Germania, Francia e Cina (con il 16.8%, l’8.8% e il 6.5%, rispettivamente). Il primo grafico mostra l’importanza di questi paesi nell’ultimo mezzo secolo, dal 1962 al 2009.</p>
<p>Visto che le esportazioni non sono molto rilevanti in aggregato, ci soffermiamo un po’ di più sulle importazioni.</p>
<p><strong>Cosa compriamo dalla Libia?</strong></p>
<p>Niente sorprese: petrolio e solo quello. Dal 1962, primo anno per cui abbiamo trovato i dati, le importazioni di petrolio e prodotti derivati rappresentano la quasi totalità delle importazioni dalla Libia. Non riportiamo un grafico perché non sarebbe informativo: la linea balla intorno al 95% fino al 2008. Nel 2009, le importazioni di gas naturale diventano improvvisamente il 25% delle importazioni totali, con una corrispondente riduzione nella quota di importazioni di petrolio.</p>
<p>Il fatto che dalla Libia importiamo solo petrolio non ci espone necessariamente a problemi: bisogna ancora vedere quanto è importante la Libia nei nostri approvigionamenti. L’ultima domanda che poniamo risponde a questo.</p>
<p><strong> Quanto è importante il petrolio libico?</strong></p>
<p><a href="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/03/importazioni-di-petrolio-italia-libia-arabia-saudita-kuwait.png" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-399" title="importazioni di petrolio italia libia arabia saudita kuwait" src="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/03/importazioni-di-petrolio-italia-libia-arabia-saudita-kuwait.png" alt="" width="379" height="275" /></a>Non poco. Per dare questa risposta abbiamo guardato a quanto l’Italia ha speso per importare petrolio libico, rispetto a quanto ha speso per importare petrolio in generale: se l’Italia si approviggionasse solo dalla Libia, questo rapporto sarebbe al 100%. Nel 2009, la parte maggiore del valore delle nostre importazioni di petrolio e derivati (26%) è andata alla Libia; seguono Russia (18%) e Azerbaijan (11%). Il secondo grafico mostra come la Libia sia stata sempre relativamente importante, ma non sempre la nostra prima fonte: negli anni ‘60, il Kuwait era nostro il principale fornitore; a cavallo tra gli anni 70 e 80, il primato spettava all’Arabia Saudita. La Libia è il nostro primo venditore di petrolio ininterrottamente dal 1984.</p>
<p><a href="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/03/spesa-petrolio-libico-italia-francia-UK-usa.png" target="_blank"></a><a href="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/03/spesa-petrolio-libico-italia-francia-UK-usa.png" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-411" title="spesa petrolio libico italia francia UK usa" src="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/03/spesa-petrolio-libico-italia-francia-UK-usa.png" alt="" width="379" height="275" /></a>Se compariamo l’Italia agli altri paesi europei, emergiamo di gran lunga come i meno indipendenti. Nell’ultimo grafico riportiamo la quota di importazioni di petrolio dalla Libia per alcuni particolari paesi. Per evitare che fattori accidentali di un solo anno “sporchino” questa classifica, abbiamo considerato una media degli ultimi 3 anni. Come si vede, l’Italia ha in media mandato il 28% delle sua spesa per importazioni di petrolio e derivati in Libia. Il secondo paese europeo più esposto è la Svizzera (18% in media) e il terzo la Grecia (11%). La Francia ed il Regno Unito, due paesi molto esposti nei recenti interventi militari, hanno speso in media il 5% e il 3%; gli USA, meno dell1%.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Così fan tutte&#8230; o no?</title>
		<link>http://www.ideemarginali.org/2011/03/13/cosi-fan-tutte-o-no/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 Mar 2011 02:35:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Asoni &#38; Ferdinando Monte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensiamo noi]]></category>
		<category><![CDATA[comparazioni internazionali]]></category>
		<category><![CDATA[morale sessuale]]></category>
		<category><![CDATA[prostituzione]]></category>
		<category><![CDATA[televisione]]></category>
		<category><![CDATA[World Values Survey]]></category>

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		<description><![CDATA[Negli ultimi tempi la televisione ci ha dato un’immagine dell’Italia un po’ pruriginosa. Per mesi è sembrato che buona parte della nostra penisola si fosse reinventata cast,regia, produzione e audience di quei filmetti un po’ così degli anni ’70 e ’80. L’immagine è quella di un paese dove le donne non hanno problemi a concedersi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.ideemarginali.org%2F2011%2F03%2F13%2Fcosi-fan-tutte-o-no%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=false&amp;width=300&amp;action=like&amp;font&amp;colorscheme=light&amp;height=35" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:300px; height:40px;" allowTransparency="true"></iframe><br />
Negli ultimi tempi la televisione ci ha dato un’immagine dell’Italia un po’ pruriginosa. Per mesi è sembrato che buona parte della nostra penisola si fosse reinventata cast,regia, produzione e audience di quei filmetti un po’ così degli anni ’70 e ’80. L’immagine è quella di un paese dove le donne non hanno problemi a concedersi a uomini senza scrupoli in cambio di soldi o favori; un paese in cui tale comportamento non solo non è condannato ma è tollerato e persino incoraggiato, secondo il principio del “Così fan tutte”.</p>
<p><a href="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/03/grafico1.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-375" title="grafico1" src="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/03/grafico1-279x300.png" alt="" width="279" height="300" /></a>Quale è il rapporto reale degli italiani, e soprattutto delle italiane, con il sesso a pagamento? C’è stato forse un cambiamento radicale nella morale sessuale del nostro Paese nell’ultimo decennio, di cui le recenti cronache sono solo la manifestazione più evidente? Per rispondere a queste domande siamo andati ad analizzare i dati della <a href="http://worldvaluessurvey.org/">World Values Survey</a>, una indagine campionaria sugli orientamenti sociali, culturali e politici in diversi paesi del mondo. L’indagine, iniziata negli anni ’80, coinvolge ormai quasi sessanta paesi.</p>
<p><span id="more-368"></span>Il primo grafico mostra la percentuale di donne che non considerano <strong>mai</strong> giustificabile lo scambio tra denaro e prestazione sessuale (indagine 2005). Tra i paesi occidentali e occidentalizzati, l’Italia sembra essere uno dei più conservatori: circa il 67% delle italiane non condona il sesso a pagamento in alcuna circostanza. In Spagna, questa frazione è solo il 24%; in Olanda, un po’ meno del 18%. Considerando il campione più ampio dei 53 paesi per cui ci sono dati, l’Italia risulta il diciasettesimo paese più conservatore:<strong> </strong>il resto del mondo, soprattutto Asia e Africa, è certamente più conservatore dell’Europa o dei paesi di cultura anglosassone.</p>
<p>Se è vero che l’Italia non sembra essere particolarmente libertina, soprattutto se comparata al resto dell’Europa, è anche possibile che la morale sia cambiata parecchio negli ultimi anni e quello che vediamo in televisione sia solo la manifestazione più evidente di un movimento profondo. Per indagare questa possibilità abbiamo guardato a due cose. In primo luogo se la morale è cambiata di più nel nostro paese rispetto ad altri e, in secondo luogo, se questo cambiamento è da noi più recente.</p>
<p><a href="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/03/grafico2.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-376" title="grafico2" src="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/03/grafico2-300x225.png" alt="" width="300" height="225" /></a>Il secondo grafico mostra il cambiamento tra il 1981 e il 2005 nella percentuale di donne che non considerano mai giustificabile la prostituzione. In tutti i paesi per cui ci sono dati questa frazione è  sempre scesa. Non è scesa però in maniera uniforme; in Italia il cambiamento è stato più contenuto (14 punti percentuali in meno) rispetto a quello che è successo nel resto d’Europa: si guardi per esempio alla Spagna, paese di grande tradizione cattolica come l’Italia, dove la percentuale di persone che trovano giustificabile il sesso a pagamento, per lo meno in qualche circostanza, è salita di ben 64 punti percentuali negli ultimi 25 anni.</p>
<p><a href="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/03/grafico3.png"><img class="alignright size-medium wp-image-377" title="grafico3" src="http://www.ideemarginali.org/wp-content/uploads/2011/03/grafico3-300x203.png" alt="" width="300" height="203" /></a>È possibile che il cambiamento nella morale delle donne italiane sia limitato perché iniziato in tempi più recenti rispetto al resto d&#8217;Europa: le donne italiane sarebbero più conservatrici solo perché hanno iniziato a rivedere le loro norme sessuali da poco. I dati non supportano questa tesi. Il terzo grafico mostra, al solito, la percentuale di italiani (separatamente donne e uomini) che non considerano mai giustificabile accettare denaro in cambio di sesso, nei quattro anni per cui vi sono dati disponibili. Due cose saltano subito all’occhio. La prima è che la maggior parte del cambiamento nella morale italiana avviene negli anni ’80: dal 1990 in poi la percentuale di donne “conservatrici” rimane costante e addirittura aumenta di poco tra il 1999 e il 2005. La seconda è che gli uomini seguono lo stesso trend e, non sorprendentemente, hanno una morale sessuale più permissiva delle donne.</p>
<p>Il quadro che emerge dai dati che abbiamo presentato è abbastanza chiaro. Anzitutto, le donne italiane non vedono la pratica di concedere le proprie grazie in cambio di soldi in maniera positiva, soprattutto se comparate con le più disinibite europee. In secondo luogo, la morale sessuale delle italiane è divenuta più liberale negli ultimi 25 anni, ma è cambiata meno rispetto agli altri paesi. In terzo luogo, questo cambiamento non è un fenomeno recente, degli ultimi dieci anni, ma risale agli anni ’80. Questi tre dati ci suggeriscono che il quadro emerso nei programmi televisi italiani è distorto. Se questa distorsione sia semplicemente una forma di intrattenimento, un problema di selezione (sul giornale finiscono i casi che fanno notizia, non quelli rappresentativi della popolazione in generale) o un vero disservizio informativo, è una cosa che lasciamo decidere ad ogni lettore e lettrice per sé.</p>
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		<title>Quo vadis Marchionne? L’economia oltre il 19˚ secolo</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Jul 2010 11:29:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Asoni &#38; Ferdinando Monte</dc:creator>
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		<category><![CDATA[crescita]]></category>
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		<description><![CDATA[Abbiamo di recente letto un articolo di Giorgio Bocca (in seguito GB per brevità) sulla vicenda Fiat che sta tenendo banco in questi giorni (per un interessante dibattito sul tema vi rimandiamo qui). Noi vorremmo proporre alcune riflessioni su questo editoriale che ci sembra una riproposizione tenace di concetti che erano dannosi e sbagliati centocinquanta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.ideemarginali.org%2F2010%2F07%2F31%2Fquo-vadis-marchionne-l%E2%80%99economia-oltre-il-19%CB%9A-secolo&amp;layout=standard&amp;show_faces=false&amp;width=300&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=35" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:300px; height:40px;" allowTransparency="true"></iframe><br />
Abbiamo di recente letto un <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/questo-marchionne-pare-silvio/2131274" target="_blank">articolo di Giorgio Bocca</a> (in seguito GB per brevità) sulla vicenda Fiat che sta tenendo banco in questi giorni (per un interessante dibattito sul tema vi rimandiamo <a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/1949" target="_blank">qui</a>). Noi vorremmo proporre alcune riflessioni su questo editoriale che<del datetime="2010-07-30T16:13" cite="mailto:Aso"> </del> ci sembra una riproposizione tenace di concetti che erano dannosi e sbagliati centocinquanta anni fa e sono semplicemente inutili oggi.</p>
<p>In estrema sintesi ci pare di capire che secondo GB i proprietari di una impresa non hanno essenzialmente diritto di andare a produrre dove vogliono ma dipendono in questa decisione da volontà altrui. Bocca non ci dice precisamente di chi ma possiamo immaginarlo. <span id="more-352"></span></p>
<p>Di seguito le parti più rilevanti, annotate per evidenziare alcune fallacie comuni nel dibattito economico e politico.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">“Appartiene alla filosofia del potere la convinzione che la legge del più forte, nel caso del mercato globale, sia anche la più giusta”</span></em></p>
<p>Il filosofo ed economista Hayek ha discusso diffusamente nella sua opera “Legge, Legislazione e Libertà” del significato della parola “giustizia”. Fondamentalmente esistono due modi di interpretare tale concetto: secondo una prima interpretazione la giustizia è definita come conformità ad un sistema/ordine preferito. Se <em>stabiliamo</em> che tutti gli uomini debbano avere lo stesso reddito, ogni deviazione da questa situazione ideale è per definizione ingiusta.</p>
<p>Alternativamente la giustizia è definita come conformità alla legge, dove per legge Hayek intende non solo le norme scritte del vivere civile ma anche quelle non scritte, della tradizione, culturali. Riprendendo l’esempio precedente, la distribuzione del reddito tra le diverse persone sarà giusta se tale distribuzione è stata raggiunta senza violare alcuna legge (per esempio, nessuno ha rubato), indifferentemente dall’esatta distribuzione cui si arriva.</p>
<p>I liberali classici e i sostenitori del mercato abbracciano la seconda definizione di giustizia mentre Bocca chiaramente abbraccia la prima. Il problema è che GB non lo rende esplicito. Invece costruisce un fantoccio di paglia con le fattezze del mercato (globale nientemeno) e attribuisce a tale fantoccio<ins datetime="2010-07-30T16:15" cite="mailto:Aso">,</ins> che lui adesso chiama mercato<ins datetime="2010-07-30T16:15" cite="mailto:Aso">,</ins> caratteristiche che non ha, come quella di sostenere la legge del più forte. Un vecchio trucco retorico sempre utile in mancanza di argomenti.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">“Ma è un&#8217;idea di comodo, cara a chi sta al potere, smentita dalla storia, cioè dalla lotta di classe e dal progresso produttivo e sociale”</span></em></p>
<p>Il fatto che “La legge del più forte è anche la più giusta” sia un’idea cara a chi sta al potere può anche essere vero. Per esempio i sindacati che fanno il bello e il cattivo tempo in Italia pensano anche di avere ragione. Ci sfugge in ogni caso come la storia (equiparata con la lotta di classe nella mente di GB, perché prima del 1848 la storia non esisteva) abbia smentito tale idea. Al massimo la ha riconfermata: una volta che il proletariato o, meglio, chi per esso, ha preso il potere, ha anche preteso di stabilire cosa fosse giusto o no.<ins datetime="2010-07-30T15:52" cite="mailto:Aso"> </ins>Stendiamo un velo pietoso sul “progresso sociale”. Cosa sia il progresso sociale non sapremmo e GB non ce lo dice; forse la re-distribuzione del reddito? Forse la lotta di classe? L’uso generoso di concetti troppo complessi per essere spiegati è, insieme all’omino di paglia, un altro trucco retorico.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">“se l&#8217;automazione è arrivata nelle fabbriche rivoluzionando e migliorando il modo di produrre lo si deve anche alla lotta di classe, alle rivendicazioni operaie”</span></em></p>
<p>Scusate ma quasi ci scappa una risata. A parte movimenti come quello dei Luddisti che dell’automazione non volevano sentirne parlare, siamo sicuri che la catena di montaggio fosse proprio in cima alle preferenze di K. Marx? Siamo sicuri che Marx abbia guardato alle catene di montaggio e abbia detto “Ah, ecco. Proprio quello che ci voleva”. Alienazione, questa sconosciuta? Provate ad andare a chiedere al movimento operaio degli anni ’20 cosa pensasse del metodo di produzione fordista.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">“[…] della facoltà che il capitale scambia per un suo inalienabile diritto: trasferire la produzione dove più gli comoda. È una pretesa inaccettabile da un paese civile”</span></em></p>
<p>Ci piace l’uso della prosopopea: il capitale certo non decide nulla e soprattutto non pensa di avere diritti. In generale parlare di “capitale” e di “lavoratori”, il primo un oggetto inanimato, freddo e distante, i secondi i padri di famiglia, gli amici, i passanti che vediamo ogni giorno per strada, è un artificio retorico che automaticamente predispone il lettore a favore dei secondi. Marx lo capì 150 anni fa e i suoi ammiratori continuano ad usarlo.</p>
<p>L’idea di GB secondo cui sarebbe una pretesa inaccettabile per un’impresa privata, per investitori privati andare ad investire dove meglio credano è criticabile almeno sotto due aspetti. Il primo è morale e di principio: le società moderne e il loro benessere sono basati sull’inalienabile diritto alla proprietà individuale e sulla facoltà di utilizzare tali proprietà come meglio si creda.</p>
<p>GB sembra ignorare il concetto di proprietà privata e di fatto invoca una proprietà almeno parzialmente collettiva sulla FIAT. Ripropone la vecchia idea secondo cui gli altri sanno meglio di me come spendere i miei soldi. <ins datetime="2010-07-30T19:50" cite="mailto:fmonte"></ins></p>
<p>Al di là di questioni di principio, guardiamo ora alle implicazioni pratiche di una politica che impedisca alle imprese di gestire le proprie risorse nella maniera che ritengano migliore.</p>
<p>Cosa sono le imprese? Le imprese sono istituzioni che attraverso la produzione organizzata di beni o servizi generano flussi di ricchezza (ovvero ricavi superiori ai costi delle materie consumate). Questa ricchezza poi remunera i lavoratori sotto forma di salari e gli investitori sotto forma di profitti ed interessi. Impedire alle imprese di compiere queste operazioni nella maniera migliore possibile significa fondamentalmente mettere in moto un processo di riduzione ed eventualmente distruzione della ricchezza prodotta. <ins datetime="2010-07-30T10:07" cite="mailto:Aso"></ins></p>
<p>Un’impresa a cui viene impedito di produrre ricchezza sarà nel lungo periodo costretta a chiudere, distruggendo dunque quei posti di lavoro che da essa dipendono, oppure ad essere sussidiata dai contribuenti (come è stato il caso della FIAT per molto tempo). Un sussidio dei contribuenti non è però manna dal cielo: sono risorse che vengono sottratte a qualcuno per essere date a qualcun altro; in questo caso da chi paga le tasse agli azionisti e ai lavoratori dell’impresa sussidiata.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">“non si può compiere la prima accumulazione del capitale, la prima crescita produttiva e tecnica usando le risorse umane locali e poi trasferirsi dove al capitale conviene”</span></em></p>
<p>Perchè no? Qui crediamo GB abbia in mente un ragionamento del tipo “l’impresa è cresciuta sfruttando i lavoratori e poi se ne va senza ricompensarli”, anche se non lo sappiamo con certezza. GB ci dice solo che è “una pretesa inaccettabile da un paese civile”: apodittico.</p>
<p>La crescita dell’impresa non dipende dallo sfruttamento dei lavoratori ma dal reinvestimento dei profitti. E i profitti non sono nientaltro che la remunerazione del capitale di rischio; investire significa semplicemente posporre i guadagni del capitale.</p>
<p>Vero, i profitti sono stati generati anche grazie al contributo dei lavoratori. Ma se l’impresa ha potuto crescere, vuol dire che i lavoratori sono stati <em>già</em> pagati. Non c’è in alcun senso un “debito” dell’impresa verso i lavoratori.</p>
<p><del datetime="2010-07-30T15:56" cite="mailto:Aso"> </del></p>
<p><span style="color: #0000ff;">“</span><em><span style="color: #0000ff;">Marchionne è convinto che la crescita economica di un paese sia la stessa cosa della sua crescita civile e che essa sia possibile solo se si rispettano le regole fondamentali che legano il lavoro al salario e che rifiutano come utopie suicide quelle sessantottesche del più salario e meno lavoro.”</span></em></p>
<p>La “crescita civile” ha lo stesso valore intellettuale del “progresso sociale”, cioè zero: siccome GB non chiarisce cosa sia non si capisce nemmeno come discuterne. Passiamo perciò direttamente al concetto di “più salario meno lavoro”. Vi sono tipicamente due modi per arrivare a più salario e meno lavoro: il primo è la crescita tecnologica; il secondo è la restrizione artificiale dell’offerta di lavoro. La storia della crescita tecnologica è la nostra storia recente. Nel lungo periodo tutti i guadagni di produttività causati dalla crescita tecnologica (e anche dall’accumulazione del capitale) si traducono in un aumento dei salari dei lavoratori. Pensate a quanto si guadagnava e quanto si lavorava sessanta anni fa e pensate a quanto si guadagna e si lavora oggi: dal 1950 al 2007, il reddito medio di un italiano è diventato quasi 6 volte più alto (sei: come passare da 20 a 120 mila euro l’anno), quello di un francese 4 volte e mezzo, quello di un americano tre volte e mezzo, quello di un giapponese più di 11 volte (i dati sul reddito pro-capite reale li potete facilmente scaricare dalle <a href="http://pwt.econ.upenn.edu/php_site/pwt63/pwt63_form.php" target="_blank">Penn World Tables</a>). Questi sono casi esemplari di più salario e meno lavoro (in questi <a href="http://www.ideemarginali.org/2010/05/02/litalia-non-cresce-da-decenni-serve-una-scossa/" target="_blank">due</a> <a href="http://www.ideemarginali.org/2010/05/02/deficit-ieri-tasse-oggi-e-la-crescita/" target="_blank">post</a> trovate ulteriori spunti di riflessione).</p>
<p>Il secondo metodo è quello solitamente adottato dai sindacati di tutto il mondo: facciamo lavorare meno persone e automaticamente facciamo salire il salario pagato a quelli che continuano a lavorare (la semplice legge della domanda e dell’offerta: se una risorsa inizia a scarseggiare il suo valore/prezzo aumenta) o, viceversa, imponiamo un salario più alto e accettiamo che qualcuno possa non trovare lavoro (altra semplice legge economica: se il costo di un fattore di produzione aumenta le imprese decideranno di usarne meno). Questo è ciò che i sindacati hanno fatto e continuano a fare: irrigidiscono il mercato del lavoro, aumentano la disoccupazione di equilibrio e fanno salire i salari di quei fortunati che riescono a trovar lavoro (l’esatta meccanica varia da paese a paese ma il risultato finale no). E’ la ragione per cui in Italia abbiamo lavoratori protetti e lavoratori non protetti, giovani flessibili e vecchi sindacalizzati intoccabili. I privilegi di alcuni si mantengono sulla precarietà di altri. Ci domandiamo se non sia il caso <em>davvero </em>di rifiutare “come utopie suicide quelle sessantottesche del più salario e meno lavoro”, quando queste vengono da restrizioni all’offerta di lavoro.<ins datetime="2010-07-30T09:47" cite="mailto:fmonte"> </ins></p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">“Anche il capitale, anche il potere capitalistico inseguono utopie come quella che sia possibile e augurabile abolire la lotta di classe.”</span></em></p>
<p>Ancora prosopopea. Il capitale insegue utopie, sebbene il capitale non esista. Esistono risparmiatori che hanno messo i loro soldi in mutual funds e fondi pensionistici o semplicemente li hanno prestati alle banche, ad esempio depositandoli sul conto corrente. &#8220;Il capitale insegue utopie&#8221; descrive qualcosa che non esiste e insegue qualcos&#8217;altro che neppure esiste. Quella del “capitale” e della “lotta di classe” sono categorie intellettuali che poco avevano da dire centocinquanta anni fa e nulla hanno da dire oggi. Peraltro il capitale che conta oggi non è il capitale finanziario ma il capitale umano: in tutte le economie sviluppate, circa due terzi della ricchezza prodotta ogni anno finisce in pagamenti al lavoro, circa un terzo a tutto il resto.</p>
<p>Per concludere, l’articolo di GB ci sembra intriso di ideologia e poco utile ad una comprensione delle funzionamento delle economie moderne. Ci auguriamo di aver chiarito almeno un po’ il perché.</p>
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