Quo vadis Marchionne? L’economia oltre il 19˚ secolo

On July 31, 2010, in Pensiamo noi, by Andrea Asoni & Ferdinando Monte


Abbiamo di recente letto un articolo di Giorgio Bocca (in seguito GB per brevità) sulla vicenda Fiat che sta tenendo banco in questi giorni (per un interessante dibattito sul tema vi rimandiamo qui). Noi vorremmo proporre alcune riflessioni su questo editoriale che ci sembra una riproposizione tenace di concetti che erano dannosi e sbagliati centocinquanta anni fa e sono semplicemente inutili oggi.

In estrema sintesi ci pare di capire che secondo GB i proprietari di una impresa non hanno essenzialmente diritto di andare a produrre dove vogliono ma dipendono in questa decisione da volontà altrui. Bocca non ci dice precisamente di chi ma possiamo immaginarlo.

Di seguito le parti più rilevanti, annotate per evidenziare alcune fallacie comuni nel dibattito economico e politico.

“Appartiene alla filosofia del potere la convinzione che la legge del più forte, nel caso del mercato globale, sia anche la più giusta”

Il filosofo ed economista Hayek ha discusso diffusamente nella sua opera “Legge, Legislazione e Libertà” del significato della parola “giustizia”. Fondamentalmente esistono due modi di interpretare tale concetto: secondo una prima interpretazione la giustizia è definita come conformità ad un sistema/ordine preferito. Se stabiliamo che tutti gli uomini debbano avere lo stesso reddito, ogni deviazione da questa situazione ideale è per definizione ingiusta.

Alternativamente la giustizia è definita come conformità alla legge, dove per legge Hayek intende non solo le norme scritte del vivere civile ma anche quelle non scritte, della tradizione, culturali. Riprendendo l’esempio precedente, la distribuzione del reddito tra le diverse persone sarà giusta se tale distribuzione è stata raggiunta senza violare alcuna legge (per esempio, nessuno ha rubato), indifferentemente dall’esatta distribuzione cui si arriva.

I liberali classici e i sostenitori del mercato abbracciano la seconda definizione di giustizia mentre Bocca chiaramente abbraccia la prima. Il problema è che GB non lo rende esplicito. Invece costruisce un fantoccio di paglia con le fattezze del mercato (globale nientemeno) e attribuisce a tale fantoccio, che lui adesso chiama mercato, caratteristiche che non ha, come quella di sostenere la legge del più forte. Un vecchio trucco retorico sempre utile in mancanza di argomenti.

“Ma è un’idea di comodo, cara a chi sta al potere, smentita dalla storia, cioè dalla lotta di classe e dal progresso produttivo e sociale”

Il fatto che “La legge del più forte è anche la più giusta” sia un’idea cara a chi sta al potere può anche essere vero. Per esempio i sindacati che fanno il bello e il cattivo tempo in Italia pensano anche di avere ragione. Ci sfugge in ogni caso come la storia (equiparata con la lotta di classe nella mente di GB, perché prima del 1848 la storia non esisteva) abbia smentito tale idea. Al massimo la ha riconfermata: una volta che il proletariato o, meglio, chi per esso, ha preso il potere, ha anche preteso di stabilire cosa fosse giusto o no. Stendiamo un velo pietoso sul “progresso sociale”. Cosa sia il progresso sociale non sapremmo e GB non ce lo dice; forse la re-distribuzione del reddito? Forse la lotta di classe? L’uso generoso di concetti troppo complessi per essere spiegati è, insieme all’omino di paglia, un altro trucco retorico.

“se l’automazione è arrivata nelle fabbriche rivoluzionando e migliorando il modo di produrre lo si deve anche alla lotta di classe, alle rivendicazioni operaie”

Scusate ma quasi ci scappa una risata. A parte movimenti come quello dei Luddisti che dell’automazione non volevano sentirne parlare, siamo sicuri che la catena di montaggio fosse proprio in cima alle preferenze di K. Marx? Siamo sicuri che Marx abbia guardato alle catene di montaggio e abbia detto “Ah, ecco. Proprio quello che ci voleva”. Alienazione, questa sconosciuta? Provate ad andare a chiedere al movimento operaio degli anni ’20 cosa pensasse del metodo di produzione fordista.

“[…] della facoltà che il capitale scambia per un suo inalienabile diritto: trasferire la produzione dove più gli comoda. È una pretesa inaccettabile da un paese civile”

Ci piace l’uso della prosopopea: il capitale certo non decide nulla e soprattutto non pensa di avere diritti. In generale parlare di “capitale” e di “lavoratori”, il primo un oggetto inanimato, freddo e distante, i secondi i padri di famiglia, gli amici, i passanti che vediamo ogni giorno per strada, è un artificio retorico che automaticamente predispone il lettore a favore dei secondi. Marx lo capì 150 anni fa e i suoi ammiratori continuano ad usarlo.

L’idea di GB secondo cui sarebbe una pretesa inaccettabile per un’impresa privata, per investitori privati andare ad investire dove meglio credano è criticabile almeno sotto due aspetti. Il primo è morale e di principio: le società moderne e il loro benessere sono basati sull’inalienabile diritto alla proprietà individuale e sulla facoltà di utilizzare tali proprietà come meglio si creda.

GB sembra ignorare il concetto di proprietà privata e di fatto invoca una proprietà almeno parzialmente collettiva sulla FIAT. Ripropone la vecchia idea secondo cui gli altri sanno meglio di me come spendere i miei soldi.

Al di là di questioni di principio, guardiamo ora alle implicazioni pratiche di una politica che impedisca alle imprese di gestire le proprie risorse nella maniera che ritengano migliore.

Cosa sono le imprese? Le imprese sono istituzioni che attraverso la produzione organizzata di beni o servizi generano flussi di ricchezza (ovvero ricavi superiori ai costi delle materie consumate). Questa ricchezza poi remunera i lavoratori sotto forma di salari e gli investitori sotto forma di profitti ed interessi. Impedire alle imprese di compiere queste operazioni nella maniera migliore possibile significa fondamentalmente mettere in moto un processo di riduzione ed eventualmente distruzione della ricchezza prodotta.

Un’impresa a cui viene impedito di produrre ricchezza sarà nel lungo periodo costretta a chiudere, distruggendo dunque quei posti di lavoro che da essa dipendono, oppure ad essere sussidiata dai contribuenti (come è stato il caso della FIAT per molto tempo). Un sussidio dei contribuenti non è però manna dal cielo: sono risorse che vengono sottratte a qualcuno per essere date a qualcun altro; in questo caso da chi paga le tasse agli azionisti e ai lavoratori dell’impresa sussidiata.

“non si può compiere la prima accumulazione del capitale, la prima crescita produttiva e tecnica usando le risorse umane locali e poi trasferirsi dove al capitale conviene”

Perchè no? Qui crediamo GB abbia in mente un ragionamento del tipo “l’impresa è cresciuta sfruttando i lavoratori e poi se ne va senza ricompensarli”, anche se non lo sappiamo con certezza. GB ci dice solo che è “una pretesa inaccettabile da un paese civile”: apodittico.

La crescita dell’impresa non dipende dallo sfruttamento dei lavoratori ma dal reinvestimento dei profitti. E i profitti non sono nientaltro che la remunerazione del capitale di rischio; investire significa semplicemente posporre i guadagni del capitale.

Vero, i profitti sono stati generati anche grazie al contributo dei lavoratori. Ma se l’impresa ha potuto crescere, vuol dire che i lavoratori sono stati già pagati. Non c’è in alcun senso un “debito” dell’impresa verso i lavoratori.

Marchionne è convinto che la crescita economica di un paese sia la stessa cosa della sua crescita civile e che essa sia possibile solo se si rispettano le regole fondamentali che legano il lavoro al salario e che rifiutano come utopie suicide quelle sessantottesche del più salario e meno lavoro.”

La “crescita civile” ha lo stesso valore intellettuale del “progresso sociale”, cioè zero: siccome GB non chiarisce cosa sia non si capisce nemmeno come discuterne. Passiamo perciò direttamente al concetto di “più salario meno lavoro”. Vi sono tipicamente due modi per arrivare a più salario e meno lavoro: il primo è la crescita tecnologica; il secondo è la restrizione artificiale dell’offerta di lavoro. La storia della crescita tecnologica è la nostra storia recente. Nel lungo periodo tutti i guadagni di produttività causati dalla crescita tecnologica (e anche dall’accumulazione del capitale) si traducono in un aumento dei salari dei lavoratori. Pensate a quanto si guadagnava e quanto si lavorava sessanta anni fa e pensate a quanto si guadagna e si lavora oggi: dal 1950 al 2007, il reddito medio di un italiano è diventato quasi 6 volte più alto (sei: come passare da 20 a 120 mila euro l’anno), quello di un francese 4 volte e mezzo, quello di un americano tre volte e mezzo, quello di un giapponese più di 11 volte (i dati sul reddito pro-capite reale li potete facilmente scaricare dalle Penn World Tables). Questi sono casi esemplari di più salario e meno lavoro (in questi due post trovate ulteriori spunti di riflessione).

Il secondo metodo è quello solitamente adottato dai sindacati di tutto il mondo: facciamo lavorare meno persone e automaticamente facciamo salire il salario pagato a quelli che continuano a lavorare (la semplice legge della domanda e dell’offerta: se una risorsa inizia a scarseggiare il suo valore/prezzo aumenta) o, viceversa, imponiamo un salario più alto e accettiamo che qualcuno possa non trovare lavoro (altra semplice legge economica: se il costo di un fattore di produzione aumenta le imprese decideranno di usarne meno). Questo è ciò che i sindacati hanno fatto e continuano a fare: irrigidiscono il mercato del lavoro, aumentano la disoccupazione di equilibrio e fanno salire i salari di quei fortunati che riescono a trovar lavoro (l’esatta meccanica varia da paese a paese ma il risultato finale no). E’ la ragione per cui in Italia abbiamo lavoratori protetti e lavoratori non protetti, giovani flessibili e vecchi sindacalizzati intoccabili. I privilegi di alcuni si mantengono sulla precarietà di altri. Ci domandiamo se non sia il caso davvero di rifiutare “come utopie suicide quelle sessantottesche del più salario e meno lavoro”, quando queste vengono da restrizioni all’offerta di lavoro.

“Anche il capitale, anche il potere capitalistico inseguono utopie come quella che sia possibile e augurabile abolire la lotta di classe.”

Ancora prosopopea. Il capitale insegue utopie, sebbene il capitale non esista. Esistono risparmiatori che hanno messo i loro soldi in mutual funds e fondi pensionistici o semplicemente li hanno prestati alle banche, ad esempio depositandoli sul conto corrente. “Il capitale insegue utopie” descrive qualcosa che non esiste e insegue qualcos’altro che neppure esiste. Quella del “capitale” e della “lotta di classe” sono categorie intellettuali che poco avevano da dire centocinquanta anni fa e nulla hanno da dire oggi. Peraltro il capitale che conta oggi non è il capitale finanziario ma il capitale umano: in tutte le economie sviluppate, circa due terzi della ricchezza prodotta ogni anno finisce in pagamenti al lavoro, circa un terzo a tutto il resto.

Per concludere, l’articolo di GB ci sembra intriso di ideologia e poco utile ad una comprensione delle funzionamento delle economie moderne. Ci auguriamo di aver chiarito almeno un po’ il perché.

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20 Responses to “Quo vadis Marchionne? L’economia oltre il 19˚ secolo”

  1. tfrab says:

    bel post. purtroppo si tratta, ahimè, di perle ai porci,
    bocca è solo un pezzo di quell’Italia che è rimasta ferma al 1848 e dintorni.

    • Ferdinando says:

      Grazie. A noi piace pensare di dare contributi utili alla riflessione; poi li affidiamo a chi li vuole cogliere.

      Ciao

  2. Ale Briga says:

    Bentornati ragazzi!
    Che dire, dubito che il novantenne Bocca possa trarne qualche beneficio.
    Stiamo pur sempre parlando di uno che nella sua vita ha firmato sia il Manifesto della razza che l’appello dell’Espresso sul caso Pinelli. Nella classifica di ciò di cui si deve vergognare probabilmente questo articolo non raggiunge il podio.

  3. Luigi says:

    Certo si vede che chi ha scritto l’articolo ha buone basi di studi di economia. Pur non avendo altrettante buone basi in questo campo, provo a suggerire un punto di vista differente. Le teorie economiche, credo, si basano su opportune ipotesi, e tentano di spiegare i fenomeni in funzione dell’ambiente in cui si essi si sviluppano tenendo conto delle regole e dei vincoli in cui tali fenomeni avvengono. Compito della politica è proprio quello di creare regole e leggi per incanalare i fenomeni economici. Mi sembra che la tesi di chi ha scritto l’articolo sia valida. Essa però descriva i meccanismi di ciò che avviene nel tipo di economia che attualmente sta prendendo il sopravvento nel mondo. Ciò non significa che cambiando i vincoli in cui i fenomeni economici si muovono si potrebbero fare considerazioni diverse. A mio avviso non è compito degli economisti stabilire cosa è “giusto” per gli uomini. Giorgio Bocca non ha scritto un articolo di economia.

    • Ferdinando says:

      Luigi, tu enfatizzi la differenza tra il piano “positivo” (come le cose funzionano) e il piano “normativo” (come ci piacerebbe che fossero). Sono totalmente d’accordo con te. Il punto che cerchiamo di fare è esattamente questo: l’articolo di Bocca mischia questi piani a più riprese.

      In diverse parti descrive il mondo in termini di “capitale che insegue utopie” o che “crede di avere diritti”: di quelle circostanze, dove lo scopo dell’articolo dovrebbe essere positivo, noi critichiamo le categorie concettuali. Ad esempio, “il capitale” come soggetto autonomo non esiste.

      In altre parti, utilizzando le stesse categorie, l’articolo dice come il mondo “dovrebbe funzionare” (e in quelle parti – ma solo in quelle parti – non sta scrivendo un articolo “di economia” e sono nuovamente in accordo con te). Lì però l’articolo dice cosa vuole, dicendo solo vagamente come averlo: per esempio, vuole più salario e meno lavoro e fa riferimento alle “utopie sessantottesche del più salario meno lavoro”. Chiaramente, se parti da una comprensione sbagliata di come il mondo funziona darai anche indicazioni sbagliate su come migliorarlo (e su questo blog trovi diversi casi di leggi che hanno buone intenzioni e pessimi risultati). Noi rispondiamo che un modo per avere più salario e meno lavoro c’è già ed ha già portato frutti: il reddito medio (reale) italiano è cresciuto di sei volte in sessant’anni e non è un caso isolato. In questo senso, noi siamo dalla parte di GB; è il suo articolo a non esserlo.

  4. stefano says:

    devo disintossicarmi dalle ideologie. vedo che voi liberisti la sapete lunga. c’è un centro a cui rivolgermi?

    • Ferdinando says:

      Stefano, questo è un blog di economia. Se dai un’occhiata agli altri post te ne rendi conto facilmente: ad esempio, dire questo è liberista? E dire questo? Lasceremmo perdere le etichette, ne abbiamo appena parlato nel post.

      • stefano says:

        caro ferdinando (perdona, ma non amo le maiuscole), marx -checché se ne possa pensare- è (anche) un economista.
        mi sono risparmiato la facile osservazione di art (subito qui sotto) dalla quale si evince che di marx ben poco si vede in quello che criticate.

        mi sono anche risparmiato la altrettanto facile obiezione (nn ve la meritate davvero) che brandite la parola “mercato” come se vi corrispondesse qualcosa di reale, quando è evidente perfino agli economisti che il MERCATO non esiste, ma esistono singoli, limitati, circoscritti mercati e nei quali le condizioni ideali di funzionamento (simmetria delle informazioni tanto per citare una roba tanto in voga da qualche anno) non si danno praticamente mai; e che quindi, in fondo in fondo, anche parlare di MERCATO, puzza un po’ -come dire- di ideologia, no?

        Ora, il punto – secondo me e con tutto il rispetto – è che gli accademici, a volte, farebbero anche bene a uscire dai cenacoli e vedere il “mondo che fa là fuori”, quello in cui si applicano le brillanti matematiche elaborate nei dipartimenti e nei centri ricerca.
        l’articolo di gb, parlava di fiat e marchionne.
        anche questa lettera che vi allego (che mi arriva dalla stessa fonte da cui ho trovato il vostro articolo) parla di fiat. sarà anche un artifizio retorico, ma quanto verosimile, no?

        http://www.facebook.com/home.php?#!/note.php?note_id=418913001266&id=101748583911&ref=mf

        saluti e grazie dell’attenzione
        s

        • stefano says:

          PS comunque grazie anche degli altri link. mi sa che avete guadagnato un lettore, in ogni caso

        • Ferdinando says:

          caro stefano, nessun problema per le maiuscole. Io oscillo tra il si e il no in continuazione. :)

          Andando con ordine.

          Su Marx ha gia’ risposto Andrea.

          Sulla questione del mercato, rispondo lo stesso perche’ secondo me dici una cosa sbagliata. E’ ovvio a tutti che non esiste UN mercato. Ne esistono diversi e sono interrelati. Il “parlare di mercato” che tu condanni non esiste tra gli economisti che fanno ricerca attiva; non so a chi ti riferisci. Le condizioni ideali che tu critichi nessuno le abbraccia incoscientemente. Il problema e’ capire quanto e’ rilevante lo scostarsi da quelle ipotesi (di qualunque ipotesi, in realta’) per il problema particolare che in quel momento si sta studiando. Se lo scostamento e’ rilevante si cambia l’ipotesi, stop: a nessun ricercatore interessa una teoria sbagliata.
          Peraltro, criticare l’economia per quelle condizioni ideali di solito tradisce
          una sorta di ignoranza della materia stessa. Quelle condizioni ideali vengono insegnate al primo corso di economia all’universita’ perche’ sono le piu’ semplici: ma esistono altri corsi, e il master, e il ph.d. La tua critica – non tua in particolare, intendo, ma questo tipo di critica – e’ comune ma e’ ideologica: di solito viene nutrita da chi non fa ricerca e/o non ha visto come si fa. Quindi no, secondo me parlare di mercato non puzza di ideologia.

          Su accademici, cenacoli e matematiche il discorso e’ lo stesso. Quando un accademico presenta una teoria sbagliata, viene corretto da un altro con una teoria migliore: sara’ competition, ma piace cosi’. Se la presenta sbagliata scientemente , direi che viene ridicolizzato in aggiunta. Inoltre, non esistono solo accademici che elaborano teorie. Esistono accademici che passano la vita a testarle con i dati e accademici che passano la vita a studiare come fare bene i test. Ripeto, non so chi tu abbia in mente e mi dispiace che si pensi questo. L’economia, come la stiamo studiando noi, non e’ cosi’: non ti far ingannare da chi non sa di cosa parla, lo dico davvero senza astio.

          Prendo atto della lettera che alleghi. Ma cosa devo concludere? Non entro nel merito dell’intervento di Deaglio, dovrei leggerlo con attenzione. Ma devo immaginare che e’ colpa del “mercato”? Non e’ questa una critica ideologica? E se il problema fosse che era difficile per un’altra impresa competere con fiat, perche’ aveva sussidi (sussidi, non mercato), e quindi quel lavoratore non aveva alternative? E se il problema fosse che il mercato del lavoro troppo rigido scoraggia l’apertura di altre imprese (sindacati, non mercato) cosicche’ – di nuovo – quel lavoratore non aveva alternative? Io non lo so. Non ho la soluzione. Ma perche’ e’ gia’ deciso sia colpa “del mercato”? Capisci cosa voglio dire?
          Allego anche io un link di un accademico che sostiene che lo scopo dell’economia e’ “to understand and alleviate poverty” . E guarda caso, anche lui parla spesso di mercato; e ha anche vinto un Nobel.

          Spero che tu abbia avuto la pazienza di leggere tutto, mi sono fatto un po’ prendere. Ma spero di aver chiarito il punto di vista.

          Siamo contenti di avere un lettore in piu’. Speriamo tu voglia continuare a seguirci.

          ciao
          ferdinando

  5. art says:

    Condivido gran parte dell’articolo, ma qui non va:

    Innanzitutto luddites e marxisti non sono la stessa cosa e poco centrano l’un l’altro. la distinzione non sembra netta nell’articolo. ma avanti.

    “siamo sicuri che la catena di montaggio fosse proprio in cima alle preferenze di K. Marx”, con questa frase pare che non abbiate letto nemmeno una riga di Marx e questo non vi fa onore.

    L’anomia è prodotta dal fatto di non possedere la propria produzione, non dalla catena in sé (di qui la critica alla proprietà privata, al plusvalore, ecc). Marx è letteralmente affascinato (e anche intimorito) dalle possibilità offerte dal lavoro meccanizzato moderno e anzi la sua teoria spiega il crollo del capitalismo proprio a partire dal fatto che sempre più “lavoro morto” (macchine) sarà impiegato, sempre meno “lavoro vivo”: si arriverà a crisi di sottoconsumo, e infine il capitalismo crollerà (ecc, ecc).

  6. art says:

    son stato poco chiaro: questo per dire che marx è stato spesso etichettato come un “determinista tecnologico”, appunto dicendo che il progresso (anche tecnico) avrebbe inesorabilmente liberato i lavoratori dal giogo dei capitalisti.

    con questo non voglio dire che non si fosse mai opposto alle penose condizioni di lavoro in fabbrica.

    • Andrea says:

      art grazie per la precisazione. come si dice nei seminari da noi, point well taken.

      della differenza tra luddisti e marxisti siamo coscienti; forse l’abbiamo data per scontata e non siamo stati chiarissimi nell’articolo nel fare la distinzione.

      riguardo al determinismo tecnologico, il discorso e’ un po’ lungo pero’ il succo e’ che non condividiamo l’analisi teorica marxista e quindi la sua posizione ci sembra un po’ in contraddizione. Nello specifico dell’articolo di Bocca, lo sviluppo tecnologico viene soprattutto dall’investimento in capitale e il lavoro (e soprattutto la lotta di classe) ha poco a che vedere con esso. E anche includendo il capitale umano nella tecnologia in senso lato (il capitale umano come embodiment della conoscenza) la lotta di classe ci sembra non sia comunque rilevante.

      E’ possibile pero’ che la nostra critica sia piu’ adatta a certi marxisti piuttosto che a Marx stesso; per ragioni anche di spazio abbiamo dovuto sorvolare su una dettagliata critica.

      In ogni caso non siamo esperti di pensiero marxista che puo’ essere una lettura utile a voler studiare la storia del pensiero economico ma sorpassata se si vuole studiare l’economia.

  7. Simone Cavallaro says:

    Articolo interessante che posso condividere su alcuni punti,mentre su altri mi trova in disaccordo.

    Ad esempio, quando si afferma che “GB sembra ignorare il concetto di proprietà privata e di fatto invoca una proprietà almeno parzialmente collettiva sulla FIAT.” non riesco ad essere completamente contrario a cio’ che afferma Bocca.
    In linea teorica, il vostro ragionamento non fa una piega. In pratica, riferito al caso specifico, mostra alcune debolezze.
    Ricordiamo che la FIAT e’ impresa privata sulla carta, ma ha per anni usufruito di aiuti di stato e incentivi alla rottamazione fino a qualche mese fa. Aiuti e incentivi che, non solo hanno dopato il mercato, rendendolo tutt’altro che libero, ma che hanno pesato sulla collettivita’.

    Altro punto che ho trovato controverso e quando si afferma che “La “crescita civile” ha lo stesso valore intellettuale del “progresso sociale”, cioè zero: siccome GB non chiarisce cosa sia non si capisce nemmeno come discuterne.” In questo caso mi pare che si cerchi di disinnescare l’ideologia di Bocca con altra ideologia.
    Non credo sia necessario definire “il progresso sociale” o la “crescita civile” per comprenderne l’idea. Altrimenti dovremmo pure mettere in discussione quella “pursuit of happiness” (come la definiamo la felicita’?) nella dichiarazione di indipendenza americana.

    • Andrea says:

      Simone,

      sollevi due punti interessanti.

      Riguardo ai soldi pubblici ricevuti dalla FIAT, e’ vero e sia Ferdinando sia io pensiamo sia una cosa profondamente sbagliata. Il punto e’ che, come dicono gli americani, two wrongs do not make one right. Non possiamo giustificare un’azione sbagliata usando un’altra azione sbagliata.

      Inoltre questo tipo di ragionamento porta ad una china pericolosa: qualunque impresa benefici o abbia beneficiato in passato di aiuti pubblici sotto qualsiasi forma dovrebbe iniziare a convivere con politici di ogni razza e colore (piu’ di quanto le imprese non siano oggi costrette a fare – o facciano per tornaconto).
      Non abbiamo bisogno di fornire ai politici e agli industriali piu’ motivi per legarsi a doppio filo. Non ci piaccione le imprese pubbliche, meno quelle private ma gestite pubblicamente.

      Sul secondo punto, non siamo d’accordo (per lo meno con l’esempio che riporti). La felicita’ viene infatti definita e perseguita individualmente, mentre il progresso sociale e’ un obbiettivo collettivo.

      Io posso definire la felicita’ come ricchezza; e allora faro’ di tutto per diventare ricco. Le mie azioni e soprattutto il contenuto che ho dato al concetto di felicita’ pero’ non imporranno alcun obbligo o dovere sulle altre persone (forse indirettamente ne subiranno le conseguenze i miei piu’ cari familiari); in ogni caso pero’ la mia definizione di felicita’ non impedisce a Ferdinando di definire la felicita’ come conoscenza e quindi di passare il tempo a leggere libri e papers.

      Lo stesso ragionamento non si applica alla crescita civile o progresso sociale. Se per esempio il progresso sociale e’ definito collettivamente come “tutte le case sono rosse” cio’ ha una diretta implicazione sul colore della mia casa, e questo a prescindere dalla mia preferenza su tale colore.

      Questo e’ tanto piu’ importante quanto piu’ persone hanno diverse opinioni su cosa dovrebbe essere “progresso sociale” o “crescita civile”. Per Bocca sono sicuro ha a che vedere con la realizzazione di una societa’ con meno disparita’ sociali; per me ha a che vedere con una societa’ che metta al centro le liberta’ individuali.

      Per intenderci, se Jefferson avesse detto che miriamo alla felicita’ collettiva, allora sarebbe stato necessario definirlo; soprattutto se in nome di tale felicita’ collettiva si conferiscono diritti e doveri. Ma Jefferson era troppo smart per fare una cosa del genere.

      Noi non avremmo nemmeno criticato Bocca in quel modo se avesse detto: “il progresso sociale e’ X; quello che fa la FIAT e’ contro X, quindi e’ contro il progresso sociale”. Invece lui da’ per scontato che tutti sappiamo cosa sia e che tutti siamo d’accordo su X… cosa che non e’ per nulla vera.

      Se vogliamo parlare di progresso sociale in maniera costruttiva almeno diamone una definizione. Poi litighiamo su questa definizione e su come ottenere tale obbiettivo. Altrimenti e’ tutto vago e, appunto, senza valore…

  8. MC says:

    “se l’automazione è arrivata nelle fabbriche rivoluzionando e migliorando il modo di produrre lo si deve anche alla lotta di classe, alle rivendicazioni operaie”

    Questo è ovvio: come aumentare la produzione?
    1) vi faccio lavorare come asini,
    2) miglioriamo la tecnologia.

    Sicuramente la lotta degli operai per ottenere condizioni migliori ha fatto propendere verso la seconda strada o comunque ha contribuito in questo senso.

    • Ferdinando says:

      MC, fai un punto interessante. Rispondo al tuo argomento con delle precisazioni.

      Innanzitutto le imprese non massimizzano la produzione ma i profitti (o il valore dell’azienda, se sei in una prospettiva intertemporale). Questo e’ importante perche’ tutte e due le alternative che poni hanno un costo, oltre che un beneficio: oltre un certo limite puo’ non essere utile far lavorare piu’ intensamente i dipendenti, o investire in innovazione dei processi produttivi.

      Al di la’ di questo, il meccanismo che hai in mente dovrebbe essere: il costo del lavoro piu’ alto aumenta il beneficio atteso di una innovazione (che faccia risparmiare lavoro, nota bene). Da un punto di vista teorico mi sembra funzionare, sono d’accordo (non sono d’accordo che si tratti di una policy da implementare, ma transeat, non stiamo parlando di questo).
      Quanto e’ rilevante empiricamente? Sollevo alcune questioni.

      Se questo fosse un effetto importante dovremmo vedere che i paesi con mercati del lavoro piu’ rigidi sono quelli piu’ innovativi; non mi sembra sia il caso (confronta per esempio USA e Italia) anche se sono pronto a cambiare idea.

      Inoltre, un costo del lavoro piu’ alto causa sostituzione del lavoro con altri fattori anche a parita’ di tecnologia. L’effetto sull’innovazione – soprattutto considerando che e’ piu’ semplice sostituire subito capitale con lavoro che non aspettare prima una nuova tecnologia – e’ certamente ridotto da questo aggiustamento.

      Terzo (e direi piu’ importante ai fini dell’affermazione che stiamo discutendo), anche ammettendo che tutto cio’ sia quantitativamente importante la frase in questione rimarrebbe falsa. Se l’automazione fosse arrivata nelle fabbriche per questa via, sarebbe una conseguenza inintenzionale della lotta di classe; non sarebbe “merito” delle rivendicazioni, non “lo si deve” ad esse, come l’articolo di Bocca sostiene. I discorsi che io e te stiamo facendo non credo difendano in ogni caso quella affermazione.

  9. Francesco says:

    Che dire…….io mi rendo conto di non avere una grande cultura economica tale da criticare o condividere quello che dite ma…….articoli come questi mi illuminano.

    Siete Grandi. Forse perché le mie idee non sono affatto distanti da quelle liberali e liberiste ma credo che le ricette giuste per liberare l’Italia da alcuni macigni che Le impediscono di volare si possono trovare fra le pagine di questo sito.

    Grazie Ragazzi.

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