Il lavoro ai tempi della crisi

On May 12, 2010, in Pensiamo noi, by Andrea Asoni & Ferdinando Monte


Un aspetto poco discusso della crisi è il suo impatto sull’occupazione. In questo articolo presentiamo alcuni dati che mettono in relazione l’andamento del Prodotto Interno Lordo e il numero degli occupati nei paesi OCSE tra il luglio 2008 e il dicembre 2009. Rispetto ai suoi partner internazionali l’Italia ha avuto una forte caduta del PIL accompagnata da una contenuta riduzione della forza lavoro occupata. La regolamentazione del mercato del lavoro sembra aver attutito l’impatto della crisi sull’occupazione. Discutiamo in ordine questi due punti.

Il grafico 1 mostra la relazione tra la variazione del PIL e la variazione dell’occupazione (tassi annuali). Intuitivamente ad una più profonda recessione corrisponde in media una riduzione più accentuata della forza lavoro occupata: la retta di regressione (in rosso) rappresenta questa relazione media. Il grafico mostra di fatto una relazione tra fattori di produzione, ovvero input,  e prodotto, ovvero ouput: il lavoro è uno dei principali input usati nella produzione del reddito nazionale.

La seconda informazione rilevante dataci dal grafico è che la relazione tra la dimensione della forza lavoro impiegata e il PIL non è uno-a-uno: se il PIL cade dell’uno per cento, l’occupazione tende a ridursi di meno dell’uno per cento. Il lavoro è solo uno degli input del processo di produzione sebbene il più importante in termini di quota di reddito nazionale. Inoltre la quantità di input impiegata non è il solo margine di aggiustamento: i loro prezzi sono un margine altrettanto importante. Discuteremo brevemente questi aspetti prima di passare ad un altro grafico interessante.

Il Prodotto Interno Lordo è ottenuto principalmente da due fattori di produzione: il lavoro e il capitale. Siccome il lavoro è calato solo del 1,5% durante la crisi mentre il PIL è caduto del 4% una prima possibilità è che il resto del calo sia dovuto al capitale; in pratica si parla di macchinari, strutture e capannoni lasciati in disuso. Un secondo possibile margine di aggiustamento è dato dai prezzi di tali input, ovvero salari e profitti. È possibile che l’utilizzo di fattori non sia cambiato molto ma la loro remunerazione sia scesa, ovvero sia salari sia profitti siano diminuiti durante la crisi. Il terzo fattore da tenere in considerazione è quella che gli economisti chiamano produttività dei fattori (o total factor productivity): durante la crisi possiamo aver avuto una caduta nell’efficienza di utilizzo dei fattori di produzione.

Occupazione e protezione del posto di lavoro
Nonostante le questioni appena suggerite siano molto interessanti ci vorremmo soffermare su un’altra possibile ragione che spieghi il calo contenuto dell’occupazione. Tale ragione si trova nella struttura istituzionale del nostro mercato del lavoro.

Esistono due modi di assicurare i lavoratori contro il rischio di perdita di lavoro: in un primo modello (chiamato nella letteratura economica “Employment Protection”) si rende il licenziamento molto costoso per l’azienza. Questo è il caso (in larga parte) dell’Italia; si pensi ad esempio all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
In un secondo modello (chiamato nella letteratura “Unemployment Insurance”) il governo non interferisce con le decisioni delle aziende ma garantisce al lavoratore una indennità di disoccupazione, una fonte di reddito che temporaneamente si sostituisca al salario perduto mentre si cerca un nuovo posto di lavoro. Questo è il modello adottato ad esempio nei paesi anglosassoni.

È interamente possibile che caduta del PIL non si rifletta in una diminuzione dell’occupazione semplicemente perché ridurre tale occupazione è molto costoso; in questo caso le aziende preferiscono tenersi lavoratori senza lavoro o tagliare le ore di tutti i loro dipendenti piuttosto che lasciarne andare alcuni. Abbiamo investigato questa seconda possibilità in maniera approssimativa e presentato i nostri dati nel grafico 2.

Il grafico 2 mostra la relazione tra la parte di variazione in occupazione non associata alla caduta nel PIL e una misura OCSE di employment protection in ogni paese. La prima variabile ci dice quanta parte della caduta in occupazione non viene spiegata dalla caduta nel PIL; nel grafico 1 infatti abbiamo visto che i paesi non si trovano esattamente sulla retta di regressione (che ci dice in media quanto l’occupazione di ogni paese si sarebbe dovuta ridurre data la riduzione nel PIL di quel paese)  ma si discostano, alcuni sono sopra la media altri sotto. Nel grafico 2 controlliamo se ci sia una relazione sistematica tra questi scostamenti e l’indice di employment protection.

I risultati suggeriscono che i paesi con leggi più restrittive sui licenziamenti sperimentano riduzioni minori di occupazione. Banalmente le leggi su employment protection funzionano.

La domanda che ci vogliamo porre a questo punto però è: limitare la capacità delle aziende di riaggiustare i propri processi produttivi durante una crisi economica è un bene o un male? Al solito vi sono costi e benefici. Anzitutto quando un lavoratore perde il proprio posto di lavoro vi sono dei costi: non solo ovvi costi psicologici ma anche una perdita di human capital del lavoratore stesso e una perdita di produttività nell’economia data dalla rottura di un rapporto di lavoro su cui sia l’impresa sia il lavoratore avevano investito. In caso poi di licenziamenti che avvengono su scala più ampia vi è un calo dei consumi che potrebbe impattare negativamente l’economia locale.

Quali sono i benefici? Il principale beneficio è dato dalla riorganizzazione della forza lavoro. Le crisi solitamente mettono in evidenza le debolezze di alcune imprese o di alcuni settori; l’effetto è solitamente quello di far chiudere le imprese o ridurre la dimensione dei settori meno efficienti dell’economia. Se il lavoro viene lasciato libero di (o meglio incentivato a) muoversi da settori o imprese meno produttive verso quelle più produttive l’economia nel complesso ne beneficia. Impedire questo processo di ri-allocazione delle risorse produttive danneggia l’economia nel lungo periodo. Il prof. Giavazzi faceva sul Corriere della Sera di ieri una riflessione simile. Noi abbiamo recentemente segnalato uno studio sull’effetto positivo di programmi di riqualificazione del lavoro.

Un costo nascosto dell’employment protection è dato dalla distorsione delle decisioni delle imprese di assumere nuovi lavoratori: se un imprenditore sa che licenziare un lavoratore sarà praticamente impossibile una volta assunto, sarà più restio a fare tale assunzione. Preferirà a quel punto assumere molti lavoratori a tempo determinato perché questo garantisce una maggiore flessibilità in caso di recessione. È importante sottolineare che questa è una perdita per tutti: per le imprese che si trovano con lavoratori su cui non possono investire in capitale umano, per i lavoratori che non accumulano capitale umano e per l’economia in generale che si trova con una forza lavoro meno preparata e meno produttiva.

9 Responses to “Il lavoro ai tempi della crisi”

  1. Marcello Miccoli says:

    t-stat sui coefficienti? :)
    Non so bene se il secondo grafico conduce alla conclusione che l’employmente protection funziona. A employment protection maggiore dovrebbe corrispondere quasi zero variazione nella forza lavoro, mentre a bassa employment protection dovrebbe corrispondere ampie fluttuazioni della forza lavoro, che pero’ non e’ il caso del vostro secondo grafico, vista la correlazione positiva.

    In aggiunta, forse non sto capendo bene e sono moooolto confuso, ma nel secondo grafico state utilizzando il residuo della regressione del primo grafico: questo non dovrebbe essere uguale alla variazione di capitale piu’ la variazione del residuo di solow?

    • Ferdinando says:

      Marcello,

      ti riporto direttamente i p-values, che sono 0.004 nel primo grafico e 0.027 nel secondo (per i non tecnici apro volentieri una parentesi a richiesta).

      Sul tuo primo punto e’ difficile dare una risposta con questi dati. Una analisi completa dovrebbe formulare delle congetture su come employment protection influenza la rigidita’ dell’aggiustamento verso il basso e verso l’alto (cosa che noi non abbiamo fatto); inoltre dovrebbe usare molte piu’ osservazioni e con paesi in recessione ed in espansione (mentre noi usiamo 6 trimestri di paesi quasi tutti in recessione).

      Per controllare abbiamo rifatto l’analisi usando solo i paesi con riduzione del PIL (rimangono fuori 3 punti, Polonia, Australia e Corea del Sud) – dove la pendenza dovrebbe essere positiva secondo la congettura – ed in effetti i risultati sono piu’ netti di quelli che riportiamo nel grafico di sopra (cioe’ la pendenza e’ piu’ positiva e la significativita’ e’ invariata). Credo che di piu’ non possiamo dire. Comunque il tuo punto e’ well taken: l’affermazione che facciamo e’ vera se parliamo di paesi in recessione ma non sappiamo in caso di paesi in espansione.

      Sul tuo secondo punto hai ragione: nel residuo misurato finiscono anche variazioni di capitale e produttivita’. Questo pero’ e’ un problema solo se le variazioni di capitale e produttivita’ durante i 6 trimestri di recessione sono correlate sistematicamente al livello di employment protection. In particolare la nostra conclusione sarebbe inficiata se ci fosse un terzo fattore che causa sia una maggiore employment protection sia una piu’ forte riduzione del capitale. Non abbiamo congetture sul perche’ questo potrebbe succedere.

      Grazie per i commenti pensosi (thoughtful comments ;) )

  2. Marcello Miccoli says:

    Grazie Ferdinando per le risposte!
    Sarebbe interessante vedere l’employment protection in senso piu’ generale. Pensando ad un modello con adjustment cost in labour, diciamo che mi aspetterei che per livelli di crescita attorno allo zero nessuno movimento nel lavoro, mentre ampie fluttuazioni per oscillazioni grandi della crescita (un comportamento (S,s)).

    Un’altra cosa: sulla riallocazione delle risorse in Italia bisognerebbe farci un programma di politica economica…

    In ogni caso, complimenti per il blog e continuate cosi’!

  3. […] giovanile e protezione dell’impiego durante la crisi economica del 2008/2009. Come già in precedenza abbiamo riscontrato che una più alta protezione dell’impiego riduce gli effetti negativi della […]

  4. […] giovanile e protezione dell’impiego durante la crisi economica del 2008/2009. Come già in precedenza abbiamo riscontrato che una più alta protezione dell’impiego riduce gli effetti negativi della […]

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