Deficit ieri, tasse oggi. E la crescita?

On May 2, 2010, in Pensiamo noi, by Andrea Asoni & Ferdinando Monte


Pubblicato su Generazione Italia

Negli ultimi 30 anni il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo (PIL) italiano è quasi raddoppiato passando dal 57% del 1980 al 106% del 2008 (qui i dati del Fondo Monetario Internazionale). Il picco è stato raggiunto nel 1994 al 122%. Questi numeri, tra i più elevati nel mondo occidentale, destano preoccupazione: la capacità di ripagare il debito diminuisce al suo aumentare e i tassi di interesse da pagare aumentano. In questo articolo discuteremo le cause del debito pubblico italiano e gli effetti delle misure messe in atto per contenerlo.

La differenza tra il totale delle uscite e il totale delle entrate dello Stato in un anno (se positiva) è il deficit. Per pagare questa differenza lo Stato si indebita con i suoi cittadini (e con quelli stranieri). Il debito dunque è la “somma” di tutti i deficit passati . Per avere un’idea della “dimensione” di queste grandezze, le si divide per la ricchezza prodotta ogni anno; per questo, si parla del rapporto deficit/PIL o debito/PIL piuttosto che del deficit o debito in valore assoluto. Se il debito cresce più velocemente del PIL, il rapporto debito/PIL sale.

La figura 1 (dati OCSE) mostra il totale delle entrate e delle uscite italiane in rapporto al PIL ed evidenzia il motivo dell’esplosione del rapporto debito/PIL descritta sopra: per 14 anni, dal 1981 al 1994 abbiamo avuto deficit nell’ordine del 10% del PIL. La spesa pubblica poi si è ridotta tra il 1994 e il 2000 grazie soprattutto alla riduzione dei tassi di interesse che il Governo italiano doveva pagare su tale debito causata soprattutto dalla prevista entrata nell’Euro. Dopo il 2000 il deficit ha fluttuato intorno al 3% del PIL, come richiesto dai parametri di Maastricht.

L’altro elemento che ha contribuito alla riduzione del deficit nel tempo è stato il costante aumento della pressione fiscale. Nel 1980 per ogni euro prodotto lo Stato prelevava 34 centesimi; nel 2008 ne ha chiesti 46, ben 12 in più. In prospettiva, nello stesso arco di tempo negli USA il peso dello Stato è aumentato di un solo centesimo (da 32 a 33). Si noti anche che dopo il 2000 l’Italia avrebbe potuto mantenere un deficit costante abbassando sia le tasse sia la spesa; osserviamo invece che le spese sono salite leggermente e le tasse hanno oscillato prima di un deciso recente aumento.

Cosa è successo al tasso di crescita della nostra economia nello stesso periodo? La figura 2 mostra una chiara correlazione negativa tra il tasso di crescita dell’economia reale (ovvero al netto dell’inflazione) e il livello della tassazione: mentre la porzione di reddito prodotto che viene appropriata dal governo sale il tasso di crescita diminuisce.

Se è vero che il tasso di crescita economico può essere influenzato da molte variabili, quali lo sviluppo tecnologico o il livello di apertura commerciale, quale è l’effetto sul benessere economico di un aumento delle tasse? Da una parte un aumento delle tasse ha un effetto negativo sull’accumulazione di capitale fisico e umano, motori della crescita economica. L’effetto sull’offerta di lavoro, ovvero il totale delle ore lavorate in un paese, è ambiguo: se lavorare diventa meno remunerativo si sarà portati a lavorare di meno e alcune persone lasceranno del tutto la forza lavoro (effetto di sostituzione); è possibile però che alcuni siano portati a lavorare di più per recuperare parte del reddito perso a beneficio del Governo (effetto di reddito).

Parte delle risorse appropriate dal Governo sono spese in attività che contribuiscono ad aumentare la produttività del paese, come la costruzione di strade e ponti. Un’altra porzione invece è spesa in attività non produttive ma motivate da necessità sociali come i sussidi di disoccupazione. L’effetto finale di un aumento delle tasse è dunque difficile da determinare da un punto di vista solo teorico.

Da un punto di vista empirico la letteratura è molto vasta e variegata nelle risposte che fornisce e non può essere discussa esaurientemente in questo breve articolo. Il premio Nobel per l’economia Prescott (2004) attribuisce quasi interamente alla maggiore tassazione le differenze tra USA e Europa in termini di ore lavorate, e quindi di reddito pro-capite; Davis e Henrekson (2005) e Ohanian, Raffo e Rogerson (2008) sembrano confermare questa posizione. Alesina, Glaeser e Sacerdote (2005) ridimensionano l’effetto delle tasse e enfatizzano altri fattori, come il tasso di sindacalizzazione, per spiegare la relativa povertà dell’Europa rispetto agli USA.

Gruber e Saez (2002) mostrano che alte tasse riducono il reddito lordo, soprattutto tra gli individui con redditi elevati. Non è chiaro però se questa riduzione sia dovuta a cambiamenti nell’offerta di lavoro oppure ad una manipolazione del reddito imponibile. Christina Romer, l’attuale economista capo della Casa Bianca, e suo marito David Romer (2009) evidenziano forti effetti negativi sulla crescita economica di un aumento delle tasse. Alla stessa conclusione arriva Uhlig (2010) in un lavoro non ancora pubblicato presentato alla University of Chicago.

Sebbene vi siano ancora parecchi aspetti che necessitano di un’accurata analisi, soprattutto per quanto riguarda l’effetto delle tasse nel lungo periodo, la ricerca teorica ed empirica sembrano suggerire un effetto negativo di un aumento delle tasse sulla crescita e sul livello del reddito nazionale. L’esperienza italiana degli ultimi 30 anni sembra confermare questa conclusione.

Bibliografia

Alesina A., Glaeser E. and Sacerdote B. 2005. Work and Leisure in the U. S. and Europe: Why so Different? NBER Macroeconomics Annual (20): 1-100. National Bureau of Economic Research, Inc..

Davis S. J. and Henrekson, M. 2005. Tax Effects on Work Activity, Industry Mix and Shadow Economy Size: Evidence from Rich-Country Comparisons. In Labour Supply and Incentives to Work in Europe, Goméz-Salvador R., Lamo A., Petrongolo B., Ward M., and Wasmer, E. (eds.). Chapter 2, pages 44-104, Edward Elgar.

Gruber J. and Saez E. 2002. The Elasticity of Taxable Income: Evidence and Implications. Journal of Public Economics 84: 1-32.

Ohanian L., Raffo A. and Rogerson R. 2008. Long-term changes in labor supply and taxes: Evidence from OECD countries, 1956-2004. Journal of Monetary Economics 55(8): 1353-62.

Prescott E. C. 2004. Why Do Americans Work So Much More Than Europeans? Federal Reserve Bank of Minneapolis – Quarterly Review 28(1): 2-14.

Romer C. and Romer D. 2009. The Macroeconomic Effects of Tax Changes: Estimates Based on a New Measure of Fiscal Shocks. American Economic Review, forthcoming.

Uhlig H. 2010. Fiscal Stimulus and Distortionary Taxation. Unpublished Manuscript, University of Chicago.

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5 Responses to “Deficit ieri, tasse oggi. E la crescita?”

  1. Davide says:

    Bel post con utili grafici. Tuttavia, come è possibile affermare una chiara correlazione tra tassazione e variazione del pil dal grafico 2?
    non metto in discussione che il legame possa esserci, ma il grafico due non mette in luce alcuna chiara correlazione; anzi: mentre l’affermazione appare corretta fino al 1996, dopo, a fronte di un plafond della tassazione il pil continua a scendere.
    La domanda è quindi: perchè?
    Magari perhè, come suggerite in un vostro passaggio, la tassazione non è investita in produttività.
    Esite un grafico che misuri una simile affermazione?
    Saluti cordiali!

    • Andrea says:

      Davide,
      grazie per i complimenti. Il grafico 2 non ha la pretesa di mostrare incontrovertibilmente la relazione tra tassazione e crescita. La domanda che poni e’ una domanda complessa. Dimostrare in maniera incontrovertibile e precisa l’effetto delle tasse sulla crescita economica e’ difficile a causa di una serie di problemi teorici e pratici (che solitamente annoiano il pubblico e eccitano gli addetti ai lavori!).

      Gli articoli scientifici che riportiamo alla fine provano in diversi modi a calcolare tale effetto; la risposta (provvisoria) che forniscono e’ che un effetto sembra esserci ma e’ difficile calcolarlo di preciso.

      Venendo al tuo punto: nota che non stiamo parlando del livello del PIL ma della ‘crescita’ del PIL.
      Il fatto che la tassazione non aumenti piu’ mentre la crescita del PIL continua a diminuire potrebbe essere dovuto al fatto che l’effetto negativo non e’ dovuto solo all’aumento in se’ della tassazione ma piuttosto al livello piu’ alto livello della tassazione stessa. Ovvero una volta che il prelievo fiscale ha raggiunto un livello tale per cui gli incentivi a lavorare e investire sono venuti meno e’ irrilevante che le tasse non continuino a salire perche’ gli incentivi sono gia’ venuti meno.

      Certo possiamo consolarci del fatto che gli incentivi non continuino a peggiorare (cosa che succederebbe se la tassazione salisse ulteriormente) ma il livello basso di crescita e’ spiegato dai bassi incentivi causati dall’aumento gia’ avvenuto della tassazione.

      In altre parole immagina di avere la febbre a 37 gradi. Mano mano che la febbre sale il tuo corpo si debilita sempre di piu’. Anche quando la febbre si fermasse a 39 gradi e non continuasse a salire tu continueresti a soffrire degli effetti della febbre alta. Staresti peggio con la febbre a 40 gradi ma cio’ non implica che stia bene con la febbre a 39.
      L’unico modo che hai per guarire e’ far scendere la febbre.

      • Davide says:

        Grazie Andrea,

        allora permettimi una domanda ulteriore. Se in diverse pubblicazioni si tentao il calcolo sulle funzioni di correlazione tassazione-variazione di PIL, ma con affanni dovuti alla complessità dell’esercizio, allora, esiste una cotroprova, casi reali in cui una diminuzione sensibile della tassazione accende il tasso di crescita del PIL? Ovviamente, penso ai passaggi neoliberisti in USA e GB, ma anche alla flat taxation di alcuni paesi nell’est Europa, non so se possono essere casi pertinenti.

        grazie ancora,
        Ciao

        • Andrea says:

          Davide,
          quella e’ l’altra faccia della medaglia quindi presenta gli stessi problemi. Posso citare ad esempio i lavori di Christina Romer (attuale capo economista alla Casa Bianca) che suggeriscono come tagli alle tasse siano benefici per la crescita economica.

          Riguardo per esempio alla Tatcher o Reagan, la riforma di Reagan del 1986 e’ un delle piu’ studiate dagli economisti pubblici. Anche li’ gli effetti sembrano esserci ma sono difficili da quantificare, soprattutto gli effetti nel lungo periodo.
          La flat tax nei paesi dell’est europa e’ ancora piu’ difficile da quantificare per la particolare condizione di quei paesi: partendo da una situazione di poverta’ avevano molto ‘catch-up’ con l’occidente da fare quindi distinguere tra la convergenza e l’effetto delle tasse e’ abbastanza difficile.

  2. dubturbo says:

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